5 novembre 2007. I boss latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo sono stati arrestati a Carini. Insieme ai boss Sandro e Salvatore Lo Piccolo sono stati arrestati dalla squadra mobile di Palermo, anche altri due latitanti, Andrea Adamo e Gaspare Pulizzi. Il primo è reggente di Brancaccio il secondo di Carini. Tutti inseriti fra i trenta maggiori ricercati d’Italia. I quattro sono stati arrestati in una casa di campagna a Giardinello, vicino a Carini. Erano impegnati in una riunione fra boss. Di Salvatore Lo Piccolo si era parlato come del possibile erede di Bernardo Provenzano.

Palermo - Una villetta a due piani, tutta in cemento, sotto Montelepre, terra di Salvatore Giuliano. Ecco il covo scelto dai nuovi padroni della mafia, in aperta campagna fra gli uliveti, senza steccionata, nessuna protezione. Da due settimane la polizia lo teneva sotto controllo perché le indagini avevano accertato che qui si svolgevano le riunioni importanti, quelle operative, ce n’era stata una anche dieci giorni fa ma non c’erano state le condizioni giuste per intervenire. Stamattina invece sì. Alle 9,20 ormai dentro c’erano tutti. I Lo Piccolo e anche gli altri due boss, Andrea Adamo e Gaspare Pulizzi. Da Palermo arrivano quaranta poliziotti della sezione catturandi. Alle 9,40 scatta il blitz. I latitanti si rifugiano dentro questo garage. Si chiudono dentro, ma la polizia comincia a sparare, molti colpi: in aria, contro il garage, contro la casa. I boss capiscono che non hanno scampo anche perche non hanno vie d’uscita. Eccoli, catturati, che escono dentro le auto della polizia. Prima di essere preso, Sandro Lo Piccolo urla “papà ti amo”, lo urla forte, piu volte, per farlo sentire a tutti. Salvatore, il barone, si limita a dire: “Sì, sono Lo Piccolo”. Dai signori di Carini e Brancaccio neppure una parola. Finiscono in manette, per favoreggiamento, anche i due fratelli proprietari della villetta. I boss da Giardinello sono portati in elicottero all’aeroporto militare di Bocca di Falco e nella villetta arriva la scientifica per quello che si prospetta un lavoro molto interessante. Sequestrate numerose armi (otto pistole soltanto in un borsone) e munizioni, ma soprattutto documenti. Agende, bloc notes e anche pizzini, un bel mazzetto di pizzini che Salvatore Lo Piccolo ha tentato di gettare nel bagno ma che gli investigatori hanno recuperato. Lì dentro, forse, ci sono tutti i malaffari di Palermo. Quelli fatti, ma soprattutto quelli ancora da fare. E il blitz di oggi potrebbe essere solo il preludio di una grande bonifica.
Ha l’atteggiamento del padrino, le occhiate, i silenzi ma Salvatore Lo Piccolo probabilmente non ha fatto in tempo ad arrivare ai vertici della cupola perché la cupola non esiste piu. Lo dicono gli esperti: adesso la mafia non è piu un’organizzazione verticale ma piuttosto orizzontale con tanti boss che gestiscono un potere locale. Solo a Palermo otto mandamenti comandati da ventisette famiglie. In realtà Lo Piccolo, cresciuto prima alla corte di Totò Riina e poi di Bernardo Provenzano, ha cercato di prenderne il posto ma non ha avuto né il carisma né la forza per arrivare in testa contrastato dagli altri pretendenti, i corleonesi, e quel Matteo Messina Denaro che da Trapani persegue lo stesso obiettivo. L’arresto di Lo Piccolo è determinante perché stava forse per riuscirci, riallacciando i rapporti con Cosa Nostra americana, unica via per riportare la mafia siciliana ai vertici criminali internazionali. La grande operazione di polizia ha bloccato questo progetto scellerato e la mafia oggi rimane quella dei trentenni, rappresentati dall’arroganza di Sandro Lo Piccolo, il figlio, soldi facili con il pizzo, un’impresa ancora drammaticamente florida perché punta sul terrore. Ma che è destinata a essere sconfitta dalla rivolta delle vittime.
Almeno trenta fiancheggiatori stretti e minimo tre covi. La latitanza di Salvatore Lo Piccolo era protetta in maniera seria e il lavoro degli investigatori è stato lungo e difficile. Ma aperto il varco ora si sta smantellando tutta la rete del barone. Intanto stamattina è stata scoperta un’altra base temporanea del boss, ad appena trecento metri dalla villetta di Giardinello. I capimafia ci hanno trascorso le ultime notti prima del vertice. Queste immagini sono state girate pochi minuti prima del blitz. I latitanti stanno ancora chiusi nel garage dove hanno tentato di sbarazzarsi della montagna di documenti che aprono la strada a sviluppi importanti. Pizzini ma non solo dov’è ricostruito tutto il malaffare palermitano, un autentico libro mastro dei taglieggiamenti ma anche la lista delle tangenti negli appalti pubblici. A differenza di Provenzano, non ci sono codici ma nomi e cognomi. E fra questi gente insospettabile, incensurata. C’è tutto, anche truffe sulla vendita di cavalli e addirittura una lettera d’amore piena di cuoricini al barone, amante del lusso e dei silenzi: da quando è stato arrestato non ha ancora detto una parola. Uomo di vecchio stampo, tutt’altra pasta del figlio che invece manda ironici baci fuori della questura a chi gli urla contro ed è ancora così arrogante da lanciare sguardi intensi di sfida. Forse in queste differenza c’è tutto il passaggio tra la vecchia e la nuova mafia.

Palermo - Mi piace rifarmi vivo con un’immagine della Vucciria, anima popolare di questa grande capitale mediterranea. Da due giorni sto a Palermo per testimoniare di un evento importante, che cioè la mafia si può battere. Per capirlo basta venire in quest’angolo, immancabile appuntamento delle mie passeggiate serali, poichè è dentro questi vicoli che puoi capire se c’è stato un cambiiamento. Il discorso è lungo e lo riprenderemo, ma per dare un’idea chiarisco che il cambiamento non è solo “militare”, nel senso che la polizia continua ad ottenere successi importanti, ma è soprattutto culturale, sta dentro i siciliani che adesso non hanno più paura perchè i risultati dimostrano che lo Stato se vuole può essere più forte. La mafia in Sicilia è la più antica e dunque è logico che è pure la prima a perdere. Un esempio che potrebbe essere decisivo per altre regioni ancora ingabbiate. Non ho molto tempo, impegnato per il tg, da dedicare alla tribù e mi sono limitato a riportare i testi dei servizi ma credo che comunque qualcosa si capisca. E ho anche voluto lasciare il post qui, per lasciare la prima pagina a Biagi, l’ultimo maestro e il nonno di tutti noi cronisti. E’ il minimo che gli dobbiamo per gli insegnamenti. E per l’esempio. Anche per chi fa il mio mestiere, sempre più difficile, la libertà è a portata di mano. Basta volerla acciuffare. Sicuramente più scomodo, ma esaltante.