Tirana (Albania) – La prima volta ci sono venuto ai tempi di Oxa e non si poteva fare neppure una fotografia. La seconda volta nel 1991 (l’invasione) e si potevano fare appena le foto. La terza volta nel 1997 (rivolta delle piramidi) si poteva fare tutto, anche morire, perchè c’erano più armi che persone. Poi sono venuto molte altre volte, pian piano l’ho sentita quasi casa mia, ma quando l’ho vista veramente trasformata è stato un paio d’anni fa con la capitale colorata e festante, il lungofogna diventato quasi un lungosenna, una vita normale, anzi frizzante. Ci torno adesso e trovo che ancora ha fatto passi in avanti grazie a un sindaco artista e alla voglia di entrare in Europa. In questi giorni tornerò a girarla in lungo e in largo, partendo da Skutari al nord per finire a Valona al sud. Naturalmente, anche stavolta, è un viaggio che faremo insieme. 4 febbraio 2007
Durazzo (Albania) – Li ha fatti costruire Oxa, dittatore duro e un pò matto, nel suo interminabile regime per difendersi da improbabili nemici. Ottocentomila bunker, disseminati per tutta l’Albania, diventando quasi il simbolo di una terra chiusa, arroccata su se stessa. La musica è cambiata ma siccome costa un sacco di soldi toglierli allora la gente che si è inventata? Li usa. Eccone uno fra i più grandi sulla spiaggia di Durazzo: tutto colorato è diventato un piccolo pub dove la sera i giovani accorrono per bere una birra. E’ una foto altamente significativa dell’Albania che cambia e anche un gridolino di speranza per tutti i bunker, fisici e virtuali, del mondo (e ce ne sono ancora tanti). Basta una spruzzatina di colori e il monumento alla guerra diventa un luogo addirittura di festa. Su questa storia dei bunker nella vecchia Torre avevamo giocato un pò. Nei commenti potete ritrovare il dibattito scherzoso provocato da una battuta. Era la fine di settembre del 2004, poco più di due anni fa. Eppure sembra passato, anche da allora, tanto tempo. Perchè, vedrete, non ci si andava più a nascondere ma quella massa di comento era ancora irrimediabilmente, tristemente grigia.
Skutari (Albania) – Per capire se ci sono stati cambiamenti bisogna venire qui, al nord, dove l’Albania comincia. Questo è il fiume Buna, al confine con il Montenegro, canale di traffici di ogni genere, da decenni. Si è sempre traghettato di tutto, bambini compresi. Mi dicono che adesso la situazione è cambiata, che dall’altra parte si va solo per turismo. Può esser vero perchè i cambiamenti di Skutari sono evidenti, ma soprattutto si stanno facendo progressi incredibili sul piano delle comunicazioni. Le strade sono sempre stata l’angoscia e il limite dall’Albania. Una volta per venire qui da Tirana ci volevano tre ore, facendo lo slalom tra le buche, adesso ci vuole la metà e le buche sono sparite. Come insegnano gli antichi romani le vie sono importanti per i rapporti e già, dunque, è un grande passo. Bisogna ancora cambiare la cultura, però. Da queste parti vale ancora la legge di Kanun, come nel Medioevo, e pochi volenterosi stanno cercando finalmente di abbatterla. Per andare avanti servono le gambe, ma soprattutto la testa. E la svolta è sicuramente più complicata.
Vignel (Albania) – Per arrivarci bisogna attraversare due volte il fiume Drini, fare decine di chilometri in auto su una sorta di mulattiera e almeno un chilometro a piedi, fra rocce e torrenti e fango. Alla fine arrivi a una casa nascosta dove trovi una donna, Vera, e cinque bambini praticamente sepolti vivi. Sono vittime della legge del Kanun, o codice della vendetta. Marin Vathi era il capo villaggio: cinque anni fa ha ucciso un uomo per vendicare la morte del fratello, rispettando tradizioni che risalgono al quinto secolo: “il sangue va lavato con il sangue”: Ma non è più tempo del principe Lek, l’Albania è diventata uno Stato, e così Marin è stato condannato per omicidio. Deve ancora stare in galera dieci anni. Ma di pari passo alla legge dello Stato da queste parti, in montagna, sono ancora valide le regole medioevali così i suoi figli maschi per non incorrere nella vendetta, per non rischiare di essere uccisi dai parenti dell’ultima vittima della faida, devono autosegregarsi. Nella famiglia Vathi ci sono tre bambine (Sidorella di dodici anni, Aurela di otto e la più piccola, Spresa che in albanese significa speranza, che ha cinque anni nata proprio appena il padre è entrato in carcere). E poi due maschi: Pashk di dodici anni e il più grande, Fler, di quattordici. “E’ molto triste vivere così – mi ha detto Fler -, non posso andare a scuola e il mio unico compito è di far sopravvivere le piccoline”. Vera è una donna forte, ma sta al limite: “Non posso sperare che in Dio e nell’aiuto dei vicini. Prendiamo 2700 lek al mese, venticinque euro, di sussidio. Faccio il pane da sola, ho solo qualche gallina e i piccioni. Avevamo un maiale e l’ho dovuto vendere. I miei figli, nessuno di noi, può lavorare. Da cinque anni viviamo così e ne abbiamo ancora il doppio davanti”. Una situazione allucinante comune ad altre settecento famiglie solo qui al nord, nella provincia di Scutari. Almeno duecento bambini in età scolare non sono mai usciti di casa. Chi può scappa dall’Albania. Gli altri non possono che affidarsi al perdono, come previsto dal Kanun, cioè alla generosità dell’altra famiglia. Alle soglie del tremila.
Skutari (Albania) – Oggi ho visitato un’altra famiglia. Numerosa. Anzi tre famiglie, rinchiuse nella stessa casa: diciotto persone in tutto. Sono segregate da sei anni, da quando il nipote del capofamiglia ha ucciso un uomo. Per evitare la vendetta, secondo la legge del Kanun, tutti i parenti sono sepolti vivi, sette famiglie in tutto. Qui ne troviamo una parte: il vecchio Jon con i figli e i figli con le mogli e i loro figli, Il più grande ha sedici anni, non va più a scuola, ha un futuro bloccato perchè lo zio deve stare altri otto anni in galera. Poi ci sono i piccolini, Matteo che ha quattro anni e Mario che ne ha tre, che non sono mai usciti perchè la legge è scattata prima che nascessero. Una scia scellerata dove si è infilato Denis, l’ultimo arrivato, appena due mesi fa. Vivono, tutti e diciotto, con ottanta euro al mese. Mi dice il nonno: “Non mi importa di me, ma io Anton lo devo far scappare, non può morire qui dentro”. Anton è quello che ha sedici anni. E sperava di diventare calciatore. Ci ha chiesto aiuto. Come se fosse possibile.
Valona (Albania) – C’è fretta. Fretta di togliersi di dosso quel vestito di capitale degli scafisti nota a tutto il mondo. C’è fretta, anche, di trovare un altro sistema per sbarcare il lunario abituati come sono qui a fare tanti soldi e subito. Ma con l’Albania ormai diventata uno Stato vero non è più possibile essere una repubblica a se stante e allora c’è solo un sistema per imboccare una nuova via dell’economia: il turismo. Il posto è realmente incantevole, mancano soltanto le strutture. E allora ecco la fretta di costruire, di ridisegnare il nuovo volto di Vlora. Dopo aver trascorso con i ribelli mesi e mesi durante la rivolta delle piramidi, sono tornato due anni fa e già l’avevo trovata cambiata, anche stavolta sono evidenti i passi avanti, ma ancora non è pronta. “Forse tra un anno”, dicono. E magari puntano pure sul fascino della fama criminale per aggiungere un’attrazione. Ma da qui i gommoni, ormai, non partono più. Forse.
Viaggio in Albania, dove il Medioevo non appartiene del tutto al passato. Un reportage esclusivo di Tv7 con l’inviato Pino Scaccia per la prima volta nelle case delle famiglie soggette al Kanun, la legge della vendetta che consente l’uccisione di parenti di chi si è reso colpevole di omicidio. Oltre mille nuclei familiari, nel Nord del Paese, vivono costretti a tenere i figli segregati in casa. Raiuno, domani 23.20.







