Algeri – Bel compleanno, tutto di corsa. Non ne ricordo altri così. Meglio: è come se un altro anno non si fosse aggiunto, sicuramente io non me ne sono accorto (grazie comunque degli auguri). In giro tutto il giorno per i seggi deserti. Qui il governo proprio non può essere battuto, ma certo è che se queste elezioni algerine erano un referendum sul terrorismo, come è stato detto, i risultati sono tutt’altro che confortanti. I leader di al Qaeda al posto delle bombe avevano usato stavolta l’arma del boicottaggio e le prime cifre sono preoccupanti: appena il nove per cento di votanti nella capitale, poco più del diciannove per cento in tutto il Paese. Un’astensione clamorosa, secondo i primi dati. Il fatto è che qui ai politici non crede più nessuno. A un territorio ricco di gas e di petrolio corrisponde una popolazione in maggioranza povera. E sullo sfondo l’incubo della guerra santa. Peccato per un’Algeria così bella. E così vicina. 17 maggio 2007
Algeri – Gli angeli custodi sono sempre tre. Ma cambiano ogni giorno, perché non vogliono che si fraternizzi troppo. Sono asfissianti, ti stanno sempre appicicati. Dalla mattina quando esci dall’albergo fino alla sera quando rientri. “Per la vostra sicurezza” dicono, ma naturalmente è perché vogliono sapere tutto di noi, finchè stiamo in Algeria, anche che aria respiriamo. Finito il lavoro per elezioni, oggi ci siamo presi una giornata quasi da turisti. Al mattino al mare, là proprio dove entrarono i francesi. Sotto la casa che era di Boumedienne, dove ha dormito pure Fidel Castro, hanno costruito un affare che sembra proprio il ponte dei sospiri. Pranzo con couscous di pesce, poi ci siamo infilati nella casbah che resta sempre un momento mozzafiato: sembra di stare al centro del casino del mondo. Poi dall’alto abbiamo dominato la bianchissima Algeri. Alla sera, ristorantino di carne alla brace sotto quella montagna che mette così paura perché lì ci sono quelli che non vogliono il governo, cioè i terroristi. Tra un giro e l’altro abbiamo chiacchierato con gli angeli custodi. Non amano gli sciiti irakeni e gli hezbollah, non amano gli americani e neppure i francesi. Amano spagnoli e italiani, così simili a loro. “E poi voi avete la mafia e pure noi” hanno riso. Guadagnano duecento euro al mese e già stanno bene perché lavorano. Libertà? Strana parola. Libertà per loro è mangiare e dormire, insomma vivere. Così anche questa settimana algerina è finita e torno a casa un po’ più ricco e un po’ più vecchio, almeno di un anno. E con due amici in più: Kasim, simpaticissimo e affamatissimo chauffeur, e Ahmed che dice di parlare italiano ma lo parla come io parlo il giapponese. Ma ha quattro figli ed è una brava persona. Così tagliato fuori dai collegamenti, per sette giorni mi sono sentito estromesso dalla realtà. E onestamente ci voleva, ogni tanto ci vuole.







