A Chernobyl sono stato già due volte: nel 1991 e nel 1996. Ci torno ancora una volta per quest’anniversario triste. Parto domani, non senza qualche apprensione. Conosco già guerre e disastri ma lì il nemico è più infido, perché invisibile. Il mestiere di raccontare però prevale su tutto. Spero di ritrovare tutti gli amici di allora: non sarà facile perché da quelle parti la vita è un regalo della natura e ognuno in realtà si sente un sopravvissuto. Cercherò anche di farmi vivo presto. Senza garanzie. 13 aprile 2006
In diretta da Kiev Fa freddo. Eppure la gente inonda le strade. Torno dopo molti anni nella capitale ucraina e la trovo cambiata, almeno di facciata. E’ il destino comune a tutte le repubbliche ex sovietiche. I segni del regime stanno ancora lì, ma accanto nasce la voglia di cambiare, si occidentalizza tutto, spesso con cattivo gusto, il contrasto non è piacevole. Ma il problema vero non è estetico. Il vero grande problema resta quello economico, la scelta di dove andare. C’è molta povertà, anche qui. Per dare un’idea lo stipendio medio mensile è di cento euro, è chiaro che nessuno può uscire da un guscio fuorchè la “mafi”, i mafiosi che sono anche i nuovi ricchi. Non dimentichiamo che una delle provenienze più consolidate della prostituzione in Europa è proprio Kiev e la miseria, come abbiamo accertato sia in Romania che in Moldova, rappresenta la chiave di volta di un mercato scellerato. Così anche qui si punta sul turismo sessuale e, per il resto, sulla catastrofe. Sì, anche Chernobyl ora “tira” e sono organizzate visite guidate. Il sarcofago come monumento funebre alla prima era nucleare. In assenza di un futuro, insomma, ci si affida al passato. Anche il peggiore.
In diretta da Kiev L’agnello non me lo sono fatto mancare. Non per tradizione, ma semplicemente perchè lo adoro (peccato fosse affogato nelle cipolle come tutto). L’unico segno in qualche modo che mi ha legato, anche da qui, alla Pasqua italiana. Intanto, qui non è Pasqua. La si festeggerà tra una settimana, dunque è una domenica qualsiasi, con la fortuna di molto sole che da queste parti è un regalo della natura. Non mi manca Pasqua dopo tanti anni, ormai, da zingaro in giro per il mondo a raccontare senza badare ai giorni o alle ricorrenze. Ho guardato un pò la gente, come faccio sempre, per capire, prima di immergermi domani nell’inferno di Chernobyl. La conferma è di un Paese socialmente a metà, peggio del nostro (lo è anche politicamente: i nostalgici dell’impero sovietico contro gli arancioni in cerca di una dimensione occidentale). Ci sono ristoranti dove mangi con dieci euro e alcuni dove di euro ce ne vogliono cento. Due popoli sulla stesse terra: quello dell’illusione infinita e l’altra parte in cerca di un riscatto che passa fatalmente attraverso le degenerazioni del progresso. Non so quale scegliere. Certo è che anche in Ucraina c’è chi sta benissimo e chi sta malissimo. In mezzo non c’è niente. Così va il mondo.
In diretta da Kiev Ne muore uno al giorno. Il primario Grigoriy Klimnuk ci racconta le cifre e il quadro è impressionante. “Sì, qui arrivano due bambini al giorno, uno è destinato a morire”. Sono i figli di Chernobyl, il destino maledetto di una catastrofe che porterà lutti ancora per tanto tempo. Il dramma è che, oltre a quelli clinici, i problemi nascono soprattutto dalle carenze economiche. Il governo ucraino fornisce i fondi solo per il trenta,quaranta per cento dei costi per la terapia. Il resto è affidato ai privati, anche ad organizzazioni italiane come Soleterre. Natasha ci fa vedere un ecografo (25 mila euro) acquistato con i soldi italiani. Giriamo per i reparti. Incontriamo madri coraggiose e disperate. Una, Olga, ha già avuto un figlio ucciso dal cancro, adesso le sta morendo il secondo. I bambini disegnano, giocano. Non riusciamo a guardarli negli occhi. Soprattutto non riusciamo a dire una parola. Non perchè non conosciamo la lingua, ma perchè c’è poco da parlare quando il dolore è così forte e il destino già così irrimediabilmente segnato. Quanto durerà ancora questa carneficina di innocenti?
In diretta da Chernobyl. Villaggio di Dubova, a ridosso della catastrofe. Sofia ha 78 anni, da trenta abita qui. E’ rimasta sola. Il marito, Micha, lavorava in una fattoria dove mandavano la carne contaminata. Le ha raccontato di mucche con due teste. Poi è morto, in pochi mesi. Non hanno fatto in tempo a fare figli e aspetta solo di morire. – Ospedale di Ivankiv, il più vicino alla centrale. Inna ha diciassette anni, la sua bimba Daria ha solo quattro mesi. Dovrà lasciarla qui perchè non ha da mangiare neppure per lei. Tre donne: sole.
In diretta da Kiev. Domani in Ucraina è Pasqua e per gli ortodossi è la vera grande festa dell’anno. Per i nostalgici coincide oltretutto con la nascita di Lenin. Ma soprattutto in tutto il Paese si stanno preparando le celebrazioni per il ventennale del disastro di Chernobyl. Sono in programma, concerti, convegni, manifestazioni, incontri. Stamattina siamo stati al museo dedicato alla catastrofe, a Kiev, e la gente faceva la fila per vedere e per pregare. Una sensazione angosciante, con tutti quei manichini che ricordavano anche fisicamente i morti. Ma il 26 aprile non è soltanto una ricorrenza, è qualcosa di più. La centrale atomica è ormai chiusa da sei anni, ma di fatto è ancora attiva, ci vorrà quasi un secolo per bloccare definitivamente il flusso di energia. Ma l’incubo vero resta il sarcofago. Dentro, nascosto da lastroni di piombo e cemento che sono costati la vita agli operai che li hanno gettati, c’e’ il reattore n.4, quello dell’apocalisse. Tecnicamente e’ stato spento, ma il cuore atomico e’ ancora attivo. Lì dentro non sopravvivono neppure i batteri. Costruito in fretta e furia dopo il disastro, in meno di tre mesi, ormai è cadente. Le crepe sono visibili a occhio nudo e continua a fuoriuscire radioattività. Non solo: si teme un crollo. Basterebbe un piccolo terremoto o addirittura solo una nevicata più forte per far cadere giù tutto. Sarebbe una catastrofe inimmaginabile se è vero che soltanto il cinque per cento della radioattività provocata dall’esplosione si è sparsa nell’atmosfera, ma il resto sta ancora tutto là dentro. L’Ucraina non ha i fondi per sistemare il sarcofago e chiede aiuto alla comunità internazionale. Ci sono due progetti, delle Nazioni Unite e della Comunità europea, per sistemare il mostro. Ma ancora non sono stati stanziati i fondi. Qui sperano dunque che l’anniversario scuota le coscienze e, commemorando i vent’anni, il mondo si ricordi del pericolo incombente. Anche perché, lontano dalle luci di Kiev, il futuro è molto precario con la terra ormai abbandonata. Spenti i riflettori insomma c’è la paura di essere di nuovo lasciati soli a un destino atroce, terrificante. Un futuro senza futuro.
In diretta da Kiev. Oggi in Ucraina si festeggiala Pasqua ortodossa. Strade assolutamente deserte, tutti chiusi in casa. Ricorre in questi giorni anche l’anniversario della nascita di Vladimir Ilic Uljanov, detto Lenin, e questo vecchio è stato per molto tempo in adorazione sotto la statua del padre del comunismo. Il Paese è diviso a metà, peggio che da noi. C’è chi rimpiange il legame con Mosca, e tenta di ripristinarlo, c’è chi cerca disperatamente di prendere un’altra strada. Ma sono entrambe imprese difficili. E dolorose.



