Dubai – Ed eccomi di nuovo qui. Da anni ormai e’ il passaggio “obbligato” fra i problemi del Medioriente e il ritorno a casa. C’e’ poco da aggiungere a tutto quello che ho gia’ annotato molte altre volte, prima o dopo Kabul o Baghdad. Qui e’ tutto bello, troppo bello, praticamente finto. Come se ancora non bastassero lusso e sprechi il panorama e’ zeppo di gru, non si smette mai di costruire, di ingrandire, di abbellire. Un’isola felice, nel senso di ricca, in un mondo arabo pieno di miseria e di dolore. Non mi piacciono i signori di qui, l’ho gia’ detto. Tutto troppo facile: nati ricchi, con il solo problema di far passare il tempo, tanto il lavoro e’ affidato agli altri, a indiani filippini pakistani. Gia’, pakistani. Quelli che ho appena lasciato nella disperazione totale. Ed e’ difficile cancellare l’angoscia. Anche se so che non posso e non so fare niente, oltre a raccontare. 17 ottobre 2005
Stavo per rifotografare la luna, per ragionare su quanti mondi diversi vede da lassu’ (ed e’ la stessa luna). Poi mi ha impressionato il sole di Dubai. Sole forte, estivo, accecante. Ma stavolta non mi ha abbagliato, non ha sciolto quello che mi porto dietro tutto sommato da poche ore. Leggo che i morti in Pakistan sono saliti oltre i cinquantamila e che potrebbero arrivare a settanta-ottantamila. La catastrofe per fortuna ci regala qualche sorriso: quei bambini ritrovati vivi dopo una settimana. Speriamo che oltre alla vita riescano a ricevere presto anche qualcos’altro. Qui c’e’ il sole e l’aria di festa. Li’ fa freddo e si piange.



