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Alla scoperta di Teheran

Tehran – La prima notizia è che è più facile collegarsi qui che da Bari, dove stavo due notti fa. Ho il modem in camera, tutto gratis, nessuna limitazione, vado in giro come mi pare per il web. Scrivo al volo, ancora frastornato dal sonno, solo per rifarmi vivo con la tribù. Sto qui da poche ore ma gli spunti sono già tanti. L’Iran resta uno dei Paesi in assoluto più intriganti per un cronista che vuole capire dove va il mondo. Una realtà importante che sta di fronte a un bivio. Un pò mi sento al fronte e un pò a casa. Non che, insomma, sia tutto agevole. Per esempio per un giornalista televisivo non è così facile lavorare. Ci vogliono permessi su permessi, ma in fondo è capitato anche a New York dove sono stato nove ore in fila per essere accreditato ai tempi delle Torri Gemelle. Diciamo che l’handicap vero qui è la burocrazia, allucinante, ma noto l’intenzione specie da parte dei giovani di liberarsi di un peso. Paese di paradossi odiano gli Stati Uniti ma la moneta ufficiale è il dollaro, le sigarette preferite le Marlboro e la bevanda, naturalmente, la Coca Cola. Il problema vero è l’economia che va risanata,ma mi pare che pure questo sia un discorso comune. Altro paradosso è la voglia di immagine: da una parte vogliono rimirarsi all’estero, dall’altra ci sono le sparate devastanti. Oggi ho vissuto con loro il dolore, autentico, della sconfitta ai mondiali con il Portogallo. Anche il calcio puàò essere un passaporto, ma non è andata bene. Finisco queste note schizofreniche, istintive, con un’immagine che ho dentro. La piscina. Sotto la mia camera ho la vista di una piscina stupenda ma desolatamente vuota. Appena scarico le foto ve la faccio vedere. Mi è tornata alla mente quella del “Palestine”, i discorsi con Enzo su questa strana vita da zingari. Ne parlavamo in Iraq e c’era lo stesso caldo asfissiante, c’era anche lì Norberto, come qui. Purtroppo però manca Enzo. Mi mancano i suoi occhi, ma non mi mancano le granate che ci piovevano in testa. Quando dall’aereo, scortato da due caccia, ho visto Teheran dall’alto quella distesa di luci mi ha ricordato, con terrore,  i lampi di guerra su Baghdad. Mai più, per nessuna ragione, voglio altri lutti e altre rovine.  17 giugno 2006

Non è facile capire l’Iran. Ma so per certo che molti ne parlano in maniera sbagliata. Possedendo (almeno) due anime, basta prenderne soltanto una per non disegnare in maniera corretta un Paese dalla lunga storia e dai molti problemi. Sì, l’Iran è diviso a metà e il suo futuro dipenderà dalla scelta che verrà fatta, comunque dolorosa per la parte che non prevarrà. Parlando con ragazzi di Tehran, oggi, si discuteva proprio su questo. Sono giovani, portati verso l’apertura, ma dentro conservano retaggi di una cultura forte, difficile da estirpare in poco tempo. Si discuteva del ruolo della donna: ammettevano che la condizione femminile qui è ancora al Medioevo ma poi molto onestamente confessavano di non esser pronti per il cambiamento. Si discuteva della pena di morte: erano d’accordo sull’inciviltà della pena, però si dicevano convinti che per certi delitti non possono esserci sconti. E poi la religione. Loro la vivono in maniera tranquilla, ma sanno che ci sono altri giovani pronti a morire per Allah. Tutti quelli che ho incontrato sono assolutamente contro la guerra, qualsiasi guerra. Hanno sui trent’anni e, anche se da piccoli, hanno sfiorato quella lunghissima guerra contro l’Irak, per nessuna ragione vorrebbero conoscerne un’altra. Nessuno parla del nucleare e se gli chiedi della bomba atomica rispondono pronti: “Ma mica l’abbiamo”. Abbiamo parlato di calcio, della sconfitta con il Portogallo, e anche dell’Italia. “Peccato che non avete battuto gli Stati Uniti, si meritano una lezione, in tutti i campi, si sentono i padroni del mondo”. Però, già l’ho detto ieri, bevono tutti Coca Cola. McDonald non c’è ma i ragazzini fanno la fila a Star Burger che è la stessa cosa. Allora? Dove si va? Istintivamente siamo arrivati a un punto d’incontro. Bisogna andare avanti, verso il progresso, ma facendo forza sulla vostra cultura, gli ho suggerito, evitando le degenerazioni della nostra società. Vivere più comodi, insomma, al passo con i tempi, ma conservando i valori fondamentali. Certamente Tehran è una città deliziosa, dove si vive bene. Forse sul piano sociale stanno anche meglio di noi. Ci sono i problemi economici, soprattutto la piaga della disoccupazione giovanile, ma è il vero grande problema globale, dunque perchè sorprendersi? Io qui mi sento a casa, nonostante le differenze. E il sogno di questi ragazzi è di visitare l’Europa. Non sono nemici. Scrive Irshad Manji in un articolo linkato nell’altro commento: “Le vere armi di distruzione di massa sono quelle persone che hanno una fede incrollabile nell’imminente resa dei conti tra il bene e il male. Lasciato nelle loro mani, il mondo va verso uno scontro da Apocalisse”. Ho conosciuto in questi anni troppe rovine per non sapere ormai che non ci sono buoni e cattivi. E non è detto poi che noi siamo i buoni e loro i cattivi. Il burka è una diavoleria, ma il velo qui è addirittura affascinante. Certamente (riflettiamoci) molto più di una minigonna. Ho detto ieri che c’è libertà assoluta sul web. Non è vero, ci sono siti inaccessibili. Ma non sono quelli politici, sono quelli porno. E venitemi a dimostrare che hanno torto loro. Qui, come dappertutto, ci sono ricchi e poveri, potenti e miserabili. Ma ancora non si parla di un ex re che scappa con quattro sacchi di soldi. Insomma, prima di giudicare, facciamoci un esamino di coscienza.

Oggi sono andato al centro, sfidando il caldo. Munito rigorosamente di permessi. Il piccolo reportage potrebbe intitolarsi “caccia alla minigonna”, ma darebbe l’idea di qualche obiettivo non esaltante e invece il tentativo (riuscito) era di dimostrare con le immagini che l’Iran non è il Paese buio e oscuro che qualcuno vorrebbe dipingere. Questa foto, e le altre che metterò nei commenti, sono assolutamente casuali. Mi sono messo su Valiè Asr, che è la via principale della città, la attraversa da sud a nord, e ho scattato tutto quello che mi capitava davanti. Questo è il risultato. Vita normale, vestiti normali, sorrisi, “struscio” come in qualsiasi altra capitale del mondo. E giovani, soprattutto giovani in giro. La politica può mischiare le carte, ma lo specchio reale della società è per le strade. (Per chi non lo avesse capito, queste sono le minigonne, cioè abiti corti sopra i pantaloni, quasi tutti jeans: e anche questo non è un segno da sottovalutare).

Il villaggio globale permette naturalmente, da tempo, di stare tutti insieme. Così mentre leggo sulle agenzie di un viaggio prossimo del ministro degli esteri iraniano Mottaki a Roma dove chiederà l’appoggio di D’Alema, non posso che soffermarmi sulle altre notizie. Quelle che in qualche maniera ho dentro. Ancora buio sui fratellini di Gravina che ho lasciato di corsa per venire in Iran. I brutti venti che stanno soffocando la Somalia. Dopo calciopoli lo scandalo brutto dei Savoia, come dire che non ci facciamo mancare niente. Seguo distrattamente le vicende calcistiche mondiali (compresa la figuraccia degli azzurri):  qui stasera festeggiano la batosta presa dall’Arabia Saudita, non li possono vedere, certo si parla più di pallone che di nucleare. E poi l’Iraq. Saddam condannato a morte, scontato. L’assassinio di Calipari archiviato, scontato anche questo. Almeno un’impennata d’orgoglio dei magistrati romani che hanno invece incriminato Mario Lozano per “delitto politico”. Non serve a nulla ma quantomeno il marine che ha scaricato cinquantotto colpi sull’auto con la Sgrena non potrà venire a visitare la terra degli avi. L’ennesima impunità americana mi indispettisce e preferisco finire con la storia del povero gabbiano finito nei motori di un aereo a Rimini. Quasi uno di famiglia.

Tehran – Una pompa di benzina. In uno dei Paesi produttori di petrolio, anche per capire l’interessamento del mondo occidentale, ho chiesto il prezzo del carburante. Sono rimasto, da automobilista massacrato dai costi, allibito dalle cifre. Qui un litro di benzina costa 80 ryals. Per capire la proporzione basti pensare che 1000 ryals valgono poco più di un dollaro e poco meno di un euro. Insomma, un litro costa da noi qualcosa come 2000 ryals, 2000 contro 80. Chi è bravo faccia la percentuale. Chi è maligno pensi perchè Bush trova tutte le scuse per buttarla in cagnara. L’Islam non c’entra niente. Siamo alle solite: c’entrano i soldi, come sempre.

Cerco di avere il quadro politico di una situazione estremamente complessa (e in evoluzione) e intanto, girando per la capitale, osservo (e ascolto) molto la gente, perchè forse entrando nella loro vita è più facile capire, come al solito, dove va l’Iran. Ogni giorno è una sorpresa. Convinto che qui fosse bandito uno strumento universale come la carta di credito mi sono reso conto che in realtà non sono usate quelle internazionali, specie quelle americane. Il motivo è semplice: i commercianti temono che all’interno di eventuali sanzioni possa esserci anche il blocco totale del deposito. Preoccupazione del resto legittima. Ricordo in Russia dopo il golpe: lì il nuovo governo si appropriò di tutti i conti correnti. Qui potrebbero essere gli Stati Uniti a bloccare l’incasso delle carte. Molti iraniani, infatti, hanno e usano la carta di credito, anche americana,  ma per acquisti all’estero. Qui ci sono ma in moneta locale, in rials. Ed ecco lo sportello di un bancomat dove non è raro trovare la fila. Ah, benedetto mondo: quanto sei complicato.

Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha un sito personale che racchiude tutte le informazioni relative alla sua attività. Ho letto adesso una notizia che non conoscevo. President Ahmadinejad sent a message to newly elected Italian President Giorgio Napolitano felicitating him for his election. The Iranian president, in his message, referred to the “deep-rooted and old ties between Tehran and Rome” and said these could be the basis for greater, constructive interaction between the two countries. “The Islamic Republic of Iran is ready to cooperate with states, including Italy, to promote peace and justice in this world on a spiritual foundation,” he said.  Ha mandato insomma, è facilissimo da capire, un messaggio di congratulazioni a Napolitano augurandosi che i rapporti fra Italia e Iran siano sempre più stretti. In realtà, i rapporti sono stretti, soprattutto a livello commerciale ma non solo. C’è una vicinanza anche culturale. Basti pensare che ogni anno all’università di Tehran ci sono almeno cinquecento studenti che si iscrivono ai corsi di italiano. La nostra è la prima in assoluto fra le lingue straniere e ha superato anche l’inglese. Ahmadinejad invoca pace e giustizia. Che sia al centro, sempre, di un linguaggio comune. Da una parte c’è la politica, dall’altra la realtà di un Paese che ospita diecimila americani e, pensate, trentacinquemila ebrei. E le parole dunque non devono mettere paura.

Tehran – Mi capita spesso. Quando sono in giro per Paesi molto distanti (culturalmente) da noi ho l’abitudine di avvicinarmi più possibile alle abitudini locali. Così stamattina con Norberto abbiamo deciso di passare la giornata festiva (il venerdì mussulmano) esattamente come la passano le famiglie di Tehran. Siamo andati in montagna. Non che poi sia molto diverso da noi: sono cresciuto al mito del “fuori porta”. Qui, in cerca di refrigerio, si va verso le montagne che circondano la capitale. Non chiedetemi dove, ma so che era la strada per Lavasan e che siamo andati fuori per una cinquantina di chilometri. A differenza di molte famigliole che abbiamo incontrato, in onore alla nostra inguaribile borghesità, non abbiamo apparecchiato in uno dei tanti prati della zona, ma ci siamo fermati al primo ristorantino che ci piaceva, vicino a un fiumiciattolo. Scelta azzaccatissima. Abbiamo mangiato costolette d’agnello mai trovate così buone e colto ciliegie direttamente dall’albero, da noi privilegio di pochi. Abbiamo dunque celebrato degnamente la giornata di festa, prendendoci qualche ora di vacanza dopo una settimana di lavoro tutto sommato duro. Per stasera, lo dico in un orecchio, cercheremo un ristorante italiano. E’ ora di soddisfare anche la voglia di spaghetti, nota malattia italiana. Dicono che ce ne siano almeno due ottimi e frequentatissimi.

Tehran – Prima non volevano parlare, scappavano. Hanno visto la telecamera. Quando Leila si è avvicinata e ha spiegato che eravamo italiani hanno sorriso: “Allora sì, loro possono capire”. Era stato difficile convincerle a parlare, è stato anche più difficile farle smettere. Parlavano tutte insieme, con fervore. “Guarda, qui la libertà adesso c’è, sarebbe falso dire che non possiamo parlare. Sicuramente noi iraniane siamo più libere di altre donne islamiche. Ma non è ancora abbastanza perchè noi parliamo ma loro non ci sentono. Quando chiediamo qualcosa ci rispondono: è la legge. Ma noi vogliamo sapere perchè, le leggi si possono cambiare se il popolo lo vuole”. Ho incontrato questo gruppo di studentesse all’Università Statale, la madre di tutte le università iraniane, luogo di fermenti. E la loro falcoltà è la più avanzata di tutte: studiano legge e scienze politiche. Allora che volete? “Vogliamo spazio di negoziazione, vogliamo discutere, decidere insieme. Il nostro Paese è andato molto avanti rispetto ad altri Paesi islamici, ma non è ancora abbastanza. Non vogliamo soprattutto un mondo dominato dai maschi. Qui sono gli uomini che fanno e decidono tutto”. Poi ti raccontano. Il chador è solo l’aspetto meno pesante, a molte piace portarlo. Ma è il resto che combattono, il rapporto nella famiglia (non parliamo del lavoro). A microfoni spenti ti spiegano. “Loro, gli uomini possono avere tutte le donne che vogliono, noi no, un uomo solo per tutta la vita, noi siamo proprietà assoluta e non dobbiamo neppure protestare. Non è giusto”. La svolta, sicuramente, dipenderà da loro, dalle donne: come sempre in ogni parte del mondo. Qui hanno già cominciato.

 

Tehran – Hamid Salehi ha trentotto anni. Ne dimostra molti di più, è malato gravemente ai polmoni e ha tutto il corpo pieno di piaghe. Aveva solo quindici anni quando partecipò alla guerra contro l’Iraq, da volontario. “Ero piccolo, non ricordo bene, combattevo lungo il fiume, al confine. Un giorno arrivò una bomba e poi un’altra subito dopo. La seconda non esplose. Non capimmo e quando si sprigionò il gas molti miei compagni morirono asfissiati, io mi sentii malissimo”. Hamid è una delle vittime della guerra chimica di Saddam, come dicono qui in Iran. Una guerra lunga diciassette anni. Saddam usò almeno trecento volte le armi chimiche, ci dicono. Probabilmente al cianuro, loro le chiamano semplicemente bombe alla mostarda. “Peggio di Hitler” dice Hamid che sta per laurearsi in scienze politiche ma che non potrà mai lavorare perchè sta molto male e deve accontentarsi del sussidio dello Stato. Gli chiediamo allora com’è possibile che anche l’Iran oggi pensi ad usare il nucleare. “Intanto ricordiamoci che non sono i popoli a volere le guerre ma i governi. E tutti quelli che fanno i soldi con le guerre. Io amo tutti, cristiani e mussulmani possono essere fratelli. Io non credo che l’Iran abbia la bomba atomica. Io non voglio una cosa del genere, sarebbe un disastro. Da qualche anno siamo gemellati con le vittime giapponesi di Hiroshima, abbiamo lingue differenti ma ci capiamo, siamo vicini. Non vogliamo altre catastrofi, il mondo non può permetterselo”. L’incontro con quest’uomo avviene nei locali dell’associazione dedicata appunto alle vittime della guerra chimica con l’Irak. Un milione di colpiti, almeno cinquantamila ancora a rischio mortale.La sala è piena di disegni dei bambini di Tehran dedicati alla pace. Parliamo anche con il responsabile, Shahriar Khateri. Gli facciamo la stessa domanda, sul nucleare. “Non mi piace parlare di politica, ma intanto bisognerebbe chiedersi perchè gli americani hanno appoggiato quella guerra sporca dell’Irak. Poi bisognerebbe ricordarsi che sono stati sempre loro a buttare  la bomba atomica su Hiroshima. Solo a questo punto bisognerebbe interrogarsi sul nucleare iraniano. Rispondo subito che l’Iran, ne sono convinto, non ha la bomba atomica nè ha intenzione di usarla, sono solo parole, politica, propaganda. Ma se pure un giorno disgraziato il nostro governo decidesse di usarla, noi diremmo no, noi siamo tanti, noi popolo iraniano, non lo vogliamo”. Salutandoci ci fa vedere sul tavolo una mina antiuomo. “E’ italiana.” Ma sorride e ci stringe la mano, con amicizia. E’ il futuro che conta, non il passato.

 

Tehran – Ieri sono entrato in un palazzo del potere, il ministero degli esteri iraniano, il crocevia in questo momento degli interessi politici mondiali. Affollatissima conferenza stampa di Hamid Reza Asefi, portavoce autorevole del ministro Mottaki. Tutte le domande naturalmente sono state sul nucleare. Asefi è stato chiaro: “Noi vogliamo trattare, lo stiamo dimostrando, Mottaki gira il mondo per incontrare islamici e non islamici, vuole sentire il parere di tutti. Siamo assolutamente per il negoziato, ma non bisogna metterci fretta. Il presidente Ahmadinejad ha detto che daremo una risposta entro agosto e i motivi ci sono perché noi dobbiamo innanzitutto pensare agli interessi del nostro Paese e sentire tutte le componenti. Non capiamo questa fretta, abbiamo tutta la volontà di accettare il dialogo con l’Europa. Gli Stati Uniti insistono, sembrano che non abbiano tempo. Invece noi, per esempio, siamo preoccupati dalla loro presenza ai nostri confini. Condanniamo con fermezza il terrorismo irakeno, ma la presenza militare americana costituisce un forte disagio per tutta la regione”. Eloquente. Va chiarito che, ammesso che l’Iran abbia intenzione di costruire la bomba atomica, ci vorrebbero almeno dieci anni a partire da oggi. Il Pakistan, per esempio, già la possiede.

 

Tehran – Riprendo da dove ho cominciato. Dalla piscina. Due settimane dopo sono finalmente sceso ai bordi, non per assaggiare l’acqua ma per cenare, sotto le luci. E’ il nostro saluto a questa grande capitale e a un Paese magico, misterioso, in continua evoluzione. Giorni non facili in cui abbiamo dovuto capire una cultura molto diversa dalla nostra ma anche affascinante per l’incontro con persone che vogliono andare avanti, pur non rinnegando il passato. In questi quindici giorni vi ho mostrato solo qualche scorcio di una realtà complessa e dalle mille facce. Parto con l’intenzione (e la voglia) di tornarci (presto). Vado a Roma con le parole di un amico iraniano: “Guardate bene in casa vostra, ognuno ha i suoi problemini”. Leggo sul web la gazzarra tra senatori italiani e chino il capo di fronte a tanta saggezza.  28 giugno 2006