In diretta da Londra Quartiere di periferia, non lussuoso ma tranquillo, gente benestante come la famiglia di Tanweer. Leeds si sveglia di soprassalto. Un ragazzo, uno di loro, cittadinanza e abitudini inglesi , cricket compreso, che si porta dentro la rabbia del kamikaze. E si sveglia di soprassalto anche tutta la Gran Bretagna anche se i segnali erano precisi, da tempo. Qui vivono quasi due milioni di mussulmani, almeno la meta’ sono nati in Gran Bretagna. Dislocati fra Londra, soprattutto, lo Yorkshire, Manchester e Birmingham. La comunita’ pakistana e’ sicuramente la piu’ numerosa. Inglesi a tutti gli effetti inseriti nel mondo del lavoro (soprattutto nell’industria tessile e metallurgica ma ci sono anche molti professionisti, medici ingegneri) ma che hanno sempre lamentato una sorta se non di avversione quantomeno di isolamento, con nessuna legge che tuteli –dicono-la loro diversita’ culturale. Gente comunque onesta, rispettosa del Paese che li ospita, ma che conserva le forti radici d’origine. Secondo la polizia inglese addirittura 16 mila sarebbero simpatizzanti di al Qaeda. La Gran Bretagna come punto di partenza per la jhad mondiale. Ci sono i fatti a confermarlo. Arrivano da Derby, alla fine di aprile del 2003, Omar e Asif , pakistani, che si fanno esplodere in un caffe’ di Tel Aviv. Parte da Londra lo yemenita Wail, che interrompe il sogno di indossare la maglia inglese alle Olimpiadi nelle arti marziali, facendosi saltare in aria in Iraq. E poi l’algerino Sajd che voleva disintegrare un Boeing americano imbottendosi le scarpe di esplosivo: lo aveva annunciato alla madre e alla sorella. E poi altri ragazzi, fra i venti e i trent’anni, pronti a immolarsi in Cecenia e in Medio oriente. La Gran Bretagna come “dar al Harb”, il territorio di guerra. Esaltati dall’idea di diventare “shaid”, martiri, ma da tutti ormai chiamati da queste parti semplicemente, drammaticamente boy-bombers. 13 luglio 2005
Oggi pomeriggio sono stato al mercato di White Chappel, un quartiere a ridosso dell’esplosione della metropolitana di Old Gate. Una zona a forte prevalenza islamica, sembrava di stare in Medioriente. Certamente un panorama che sembrava venire da molto lontano, con le donne addirittura in burka, un pianeta a se stante nel centro dell’Europa. Ho trovato tensione fra i banchi aperti del pomeriggio e meno affollati del solito. “Si’, abbiamo problemi – ha ammesso un ragazzo – ci guardano tutti con sospetto e anche con odio. Un mio amico ieri sera e’ stato picchiato, gli gridavano muori sporco mussulmano”. Non tutti sono disposti a parlare, temono ripercussioni, fanno finta di non capire. Anche altri uomini raccontano di violenze. “Mi hanno detto che hanno ucciso a bastonate un mussulmano a Birmingham”. Una voce, falsa, che alimenta la tensione. Una giovane coppia e’ disposta a discuterne seriamente. “Intanto voglio condannare con tutte le mie forze gli attentati, il terrorismo e’ lontanissimo da noi” ha chiarito la donna. “Si’, noi siamo e ci sentiamo inglesi – ha ribadito il marito -. Ancora non ho avuto problemi, di nessun tipo, ma temo che possano esserci in futuro, certamente lo scoprire che i kamikaze abitavano, anzi erano nati qui, aumentera’ sicuramente la frattura. Non mi piace il futuro. Per noi sara’ molto piu’ difficile”.
La giornata della memoria comincia con un allarme, l’ennesimo, proprio davanti l’ambasciata italiana. E’ una mattinata nervosa, a una settimana dalla strage. In Oxford street, il centro commerciale di Londra, e’ un susseguirsi di sirene. Poi, a mezzogiorno in punto, tutta la citta’ si ferma. Due minuti di silenzio per onorare le vittime e alla fine un applauso spontaneo, liberatorio. Per capire come e’ cambiata la vita degli inglesi, soprattutto il loro rapporto con la paura, entriamo nella metropolitana a Bond street. “Certo, qualcosa e’ cambiato –ci dice una donna- , adesso ti guardi intorno, scruti il tuo vicino, non sei tranquilla ma la metropolitana e’ troppo importante, non si puo’ rinunciare”. “Non si potra’ mai dimenticare quello che e’ successo –ammette una ragazza-, mi sento anche sensi di colpa, da sopravvissuta, sono soltanto fortunata, poteva capitare a chiunque di noi”. Un uomo, mi dice, e’ tornato per la prima volta a Londra, proprio oggi. “Non e’ facile cancellare l’angoscia. Ma bisogna nasconderla, bisogna far finta che tutto sia normale per non far vincere loro, i terroristi”. Le linee della metropolitana da allora sono sconvolte. Tutta la Circe Line e’ chiusa. Cambiamo a Fincely road. Un altro breve viaggio, quattro stazioni, ed usciamo a King Cross, simbolo del disastro. I poliziotti chiedono aiuto ai cittadini, vogliono informazioni. La gente intanto e’ in fila. Porta i fiori e prega. Certamente non dimentica.
Il capo della polizia, Ian Blair, lancia un nuovo allarme. “C’e’ una possibilita’ molto forte di nuovi attacchi” ha detto stamattina in un’intervista alla Bbc . Non ha aggiunto particolari ma il timore arriva dalle indagini investigative. Ci sono molti particolari sulla dinamica degli attentati che non convincono gli investigatori. Innanzitutto l’entita’ dell’esplosivo. Appena quattro, cinque chilogrammi ad ordigno. Una potenzialita’ che cozza contro le reali possibilita’ del gruppo. Sia nella casa di Leeds che nell’auto di Luton e’ stato ritrovato un autentico deposito di esplosivo. Perche’ non e’ stato usato subito per quello che doveva essere un attacco dalle forti ripercussioni politiche? Il dubbio, appunto, e’ che quel materiale possa essere stato conservato per altri attacchi. Gli altri interrogativi riguardano le figure dei terroristi. Forse non e’ stata un’azione suicida, forse non sapevano di morire. Certo e’ stranissimo il comportamento di Hasib Hussan che salta in aria sull’autobus numero trenta dopo aver tentato probabilmente di salire su una metropolitana. Terroristi dunque con le idee non chiarissime ma con rapporti stretti con al Qaeda, almeno uno secondo quanto conferato dalle autorita’ pakistane. Tutti gli sforzi a questo punto sono concentrati sui burattinai, su chi ha portato questi ragazzi al martirio. E mentre si piange la 54esima vittima (uno dei feriti sull’autobus) Si cercano il chimico egiziano, Magdi el Nashar, che avrebbe confezionato le bombe e un altro pakistano legato ad al Qaeda ma si cerca soprattutto un giamaicano. Le autorita’ inglesi sono convinte di sapere chi e’. Sarebbe entrato a Londra qualche giorno prima degli attentati, era nella lista dei sospetti, e non sarebbe stato seguito perche’ considerato non troppo pericoloso. Adesso purtroppo e’ lontano, molto lontano.
Questo e’ Magdi el Nashar, 33 anni, egiziano. Sicuramente un elemento che ha garantito la base dei terroristi di Londra, forse addirittura l’uomo che ha preparato materialmente le bombe. Gli investigatori lo chiamano il chimico, in realta’ stavo solo studiando chimica all’universita’ di Leeds. Nel suo appartamento sono stati trovati tre chili di esplosivo. Il suo nome era memorizzato nel telefonino di Hasib Hussain, l’uomo del borsone, fotografato prima dell’esplosione sull’autobus numero trenta. Magdi el Nashar e’ stato arrestato al Cairo. Non ci sono certezze sul momento della cattura: chi dice che sia stato rintracciato ieri sera, chi dice qualche giorno fa. La polizia inglese ha la certezza che l’egiziano, ricercato anche dall’Fbi, abbia lasciato la Gran Bretagna qualche giorno prima del 7 luglio. Tutte le indagini ruotano comunque intorno al Pakistan. Gli attentati di Londra sarebbero stati decisi l’anno scorso in un vertice a Islamabad tra un organizzatore operativo e i leader di al Qaeda. “Quello che hanno messo le bombe sono soltanto soldati”secondo Scotland Yard che sta cercando dunque la mente. Forse si tratta del personaggio, anche lui pakistano, presente nella lista delle persone sospette e che la polizia inglese ha trascurato. Succede.
Shehzad Tanweer, il terrorista bambino, il ragazzo della porta accanto che al mattino giocava a cricket pensando alle bombe, era tornato due volte nell’ultimo anno in Pakistan, il paese d’origine della famiglia. A dicembre e febbraio. Si era trattenuto in due citta’: a Lahore e a Faisalabad. Non e’ stato difficile seguirne le tracce, arrivando cosi’ a chi Shehzad ha incontrato in quei giorni. Le forze di sicurezza pakistane hanno fermato quelle persone. Sei in tutto. Giovani, come il kamikaze, che frequentano moschee e madrasse, le scuole islamiche. “Gli hanno lavato il cervello” ha detto oggi il padre da Leeds per spiegare quello che lui non e’ mai riuscito a capire tanto da lanciare l’allarme quella mattina per la scomparsa del figlio nella metropolitana.
Ha detto Blair che bisogna individuare la reale portata della minaccia. “Noi siamo di fronte a un’ideologia malvagia, dobbiamo aumentare la sicurezza, ma dobbiamo evitare uno scontro di civilta’”. Forse discorso di maniera, rivolto a una comunita’ islamica molto ampia e molto forte nel Regno Unito. Ma intanto e’ importante dirlo per non far crescere la caccia al nemico della porta accanto. E poi mi e’ piaciuto quello che ha fatto il sindaco Ken Livingstone. Ha intitolato l’annuale festival “Rais”, contro il razzismo, alle vittime della strage. Uno in gamba: l’altro giorno ha preso la metropolitana per dimostrare che non bisogna avere paura. Sono stato oggi pomeriggio nel parco di Burgess, ai margini della citta’, zona poverissima, abitata quasi interamente da neri. Otto ore di musica. Fra le stelle Emanuel Jal, ex bambino soldato del Sudan che ora canta contro tutte le guerre. Il terrorismo si batte anche cosi’, stando tutti insieme. E Londra conferma di essere una grande capitale multirazziale, capace di superare ogni barriera. Non era facile, in questo momento, parlare di fratellanza.