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Le mani

Islamabad. La disperazione. Il freddo che arriva. La paura di un futuro senza niente. Cosi’ le mani si protendono verso qualsiasi cosa che arrivi da uno dei tanti Pullman che scaricano aiuti nelle zone del terremoto. Qui arrivano stracci, solo stracci ma ci si accapiglia anche per qualche lembo di stoffa che tra un po’, in inverno, sara’ decisivo per sopravvivere. 15 ottobre 2005

Comincia cosi’ il pezzo che andra’ in onda tra un po’ sul Tg1. Oggi sono andato al nord, a Manshera, a ridosso dell’epicentro. Se a Islamabad la situazione e’ drammatica, li’ e’ oltre ogni peggiore aspettativa. Ha avuto coraggio e intuito la protezione civile italiana ha piantare li’ le basi per un aiuto importante. Sono stanchissimo dopo un viaggio di otto ore per le montagne, ma credo che questa foto sintetizzi qualsiasi racconto. Ecco come sono messi. Malissimo. Povera gente abbandonata. 

Un gruppo di bambini. Belli. Belli perche’ nonostante tutto sorridono. Sono la mia salvezza, sempre, cioe’ l’argine al mare di dolore e di cattiveria che ritrovo nel mondo. Ma in questa foto i bambini sono solo apparentemente i protagonisti. Guardate dietro di loro, dove vivono. Case di fango. Un villaggio di fango. Paradossalmente quelle case non-case sono state la loro salvezza perche’ non sono crollate. Questo villaggio sta tra Mashera e Balakot, proprio al centro dell’inferno. L’ho scattata ieri. Oggi piove e penso a cosa puo’ succedere a tutto questo fango. Penso soprattutto a quali e quante sono le distanze fra il nostro mondo e il loro. Fra le nostre abitazioni di lusso e questi rifugi medioevali. Civilta’ lontane secoli. Bisogna ricordare queste differenze quando ci capita di chiederci il perche’ di tutto l’odio. L’odio verso noi, poveri ricchi privilegiati.

Islamabad. Sotto la parabola per trasmettere i servizi,sopra la luna. Luna piena. Non potevo lasciare Islamabad senza guardare in alto, come mi succede ogni volta che lascio un luogo lontano. Si’, domattina parto dal Pakistan. Prima di tornare a casa faro’ la rituale tappa a Dubai. Ho la sveglia fra poche ore. Dagli emirati mi ricolleghero’. E’ una specie di “camera iperbarica” fra questo mondo e il nostro. Mondi, come ricordo spesso, molto diversi. Me ne vado anche stavolta con un carico di dolore ma anche di ricchezza.

Fa impressione vedere i soldati americani in Pakistan, uno dei “Paesi canaglia”. Stanno sicuramente aiutando, ma nella comunita’ internazionale c’e’ piu’ che il sospetto che l’intervento serva soprattutto a infiltrarsi nel Paese, visto che sono stati mandati soprattutto elicotteri. Lo stesso meccanismo era stato adottato in Iran, per il terremoto a Bam, ma le autorita’ di Teheran avevano bloccato l’intervento aereo, così come hanno fatto stavolta in India.

Il Pakistan devastato dal terremoto

Allora si riparte. Normale. Il destino di un gabbiano e’ segnato. Va dove lo porta la notizia. Il problema e’ che la vita di un gabbiano di frontiera, cioe’ un cronista, e’ di seguire sempre eventi tragici e di raccontare il dolore. Starei gia’ li’, nel Kashmir devastato, se una guerra decennale non costringesse il Pakistan a pretendere il visto. Cercheremo di ottenerlo domattina, prestissimo, per raggiungere Islamabad almeno in nottata. Quanti disastri ho seguito? Quanti terremoti? Il terremoto l’ho conosciuto da vicino trent’anni fa, ad Ancona. E poi qualche anno dopo mi sono preso tutto lo stillicidio di scosse, sei mesi, fra Marche e Umbria. Ricordo anche San Francisco e piu’ recentemente Bam, in Iran. Citta’ rase al suole, cataste di cadaveri, disagi, caos, paura. Perche’ a differenza di altri disastri il terremoto ha questo di speciale: che non finisce mai. Dopo la botta terrificante che ha massacrato il Kashmir ce ne sono state almeno altre dieci, leggo, e ancora il famoso “assestamento” non e’ finito. Assestarsi significa contare altri morti e altre rovine. Inutile raccontare del passato. Adesso, per l’ennesima volta, sono costretto a guardare avanti. Vado con Enrico Bellano, prezioso e bravissimo compagno di viaggio in tante avventure difficili, l’ultima nello Sri Lanka dello tsunami. Sappiamo cosa ci aspetta, specie all’inizio, un impegno terribile, ma sappiamo che il nostro compito e’ questo. Oltre al Tg1 personalmente ho anche un altro impegno, che mi sono scelto, e sono i blog. Non ho idea naturalmente se e quando potro’ farmi vivo, ma certo faro’ di tutto (come a Londra, come a Sharm per non dire dell’Iraq e dell’Afghanistan e della Somalia) per darvi un cenno “intimo” di quello che trovero’. Al telegiornale spettano le informazioni, questo resta lo spazio dell’anima. Ed e’ prezioso. 9 ottobre 2005

Islamabad  – Non ho molto tempo anche stasera. In genere il primo giorno e’ drammatico. Il fuso orario, la non conoscenza dei luoghi, la mancanza di riferimenti e il caos delle strutture satellitari. La confusione in generale, la stanchezza. Ho pochi minuti ma ho letto gia’ molte domande. Cerchero’ pian piano di dare tutte le risposte, almeno quelle che sono in grado di dare. L’impressione pero’, lo dico subito, e’ che questa sia una tragedia in sordina. Le immagini sono terribili ma non “arrivano”  perche’ questo non e’ un luogo del desiderio, non e’ un posto per vacanzieri e quindi non suscita emozioni forti come capita quando le tragedie le sentiamo vicine a noi. Il Pakistan e’ povero in maniera schiva e fa parlare le cronache solo per la guerra storica con l’India e soprattutto per la presunta ospitalita’ ad al Qaeda. Infatti c’e’ gia’ chi si e’ inventato la barzelletta di Osama bin Laden ferito forse morto sotto il terremoto. Questa catastrofe per me e’ solo un cumulo di dolore. Cercavo la speranza stamattina e invece mi sono ritrovato quando gia’ era buio ad assistere al recupero di un fagottino. Povera creatura sepolta sotto le briciole di quel palazzone troppo abitato e troppo tenero. Abusivo. Cioe’ costruito su un terreno non edificabile. Un piano regolatore cambiato per favorire un riccaccio che abita a L0ndra. E allora,se e’ vero, divento cattivo: forse quel tizio puo’ star dietro anche dietro alle bombe della metropolitana. Non lo so. So che non e’ facile star dentro tanto dolore.

Stamattina ho visto bambini feriti all’aeroporto. Ma non mi hanno tanto impressionato le bende quanto gli occhi: persi. Occhi che chiedevano aiuto per le sofferenze fisiche ma che soprattutto chiedevano perche’, quell’inferno in un minuto, cosa e’ successo? Un bambino non sa perche’ si muore per le guerre ma neppure perche’ la natura decide (ormai spesso) di farci del male. Il Pakistan continua a vivere un grande dramma. Stamattina un giornale di Islamabad titolava: “Mezzo Paese e’ morto o ferito, l’altra meta’ sta male”. Sono due milioni e mezzo i profughi, cioe’ quelli rimasti senza niente. E c’e’ l’emergenza sanitaria perche’ mille ospedali, mille pensate in un territorio misero, sono stati distrutti dal terremoto. E’ difficile rialzarsi e l’unica nota confortante, oltre che storica, e’ il primo aereo indiano atterrato qui dopo vent’anni. C’e’ insomma la grande speranza che proprio la regione che li ha divisi, il Kashmir, possa riunire indiani e pakistani. Speranza. In questo momento e’ la parola che sento piu’ frequentemente da queste parti. La speranza di pace, la speranza di trovare sopravvissuti, la speranza intanto di non essere dimenticati dal mondo.

Lo so, vi sto un po’  trascurando ma le cose da fare qui sono molte e i tempi ristretti. Quando eravamo appena riusciti a prendere sonno (era l’una e mezza di notte) una scossa ha sballottato tutto l’albergo. Conosco purtroppo da molto tempo il terremoto, l’ho sentito arrivare prima lentamente e poi sempre piu’ violento, ma non e’ mai piacevole. All’alba poi hanno ritrovato fra le briciole del palazzone il corpo di Alberto Bonanni. E poi sono entrato in un  ospedale e ho visto scene terrificanti. Ho incontrato i profughi del Kashmir, fra i pochi a essere scampati all’inferno. Ho fotografato molti occhi, soprattutto di bambini. Spero di farveli vedere, piu’ tardi.

  

Credo che in fondo il mio compito non sia difficile. Parlavamo di occhi. Quando ti ritrovi davanti due occhi cosi’ e’ semplice tirar fuori l’anima. Questo ragazzino viene da Muzaffarabad, quel paesino del Kashmir dal nome cosi’ complicato che il destino ha deciso praticamente di cancellare. Tutto raso al suolo. Quei pochi che si sono salvati sono stati portati a Islamabad. Ora sono nutriti, curati ed e’ il primo obiettivo, cioe’ la sopravvivenza. E dopo? Dove sara’ il futuro di questi occhi? Certo, uscito dall’inferno, non puo’ vedere di  peggio.

Islamabad – Le giornate del gabbiano sono sempre dure perche’ dure sono le situazioni che sorvola. Come ogni sera, prima di andare finalmente a dormire, e girare pagina, scarico le foto per rimettere la digitale in piena operativita’ . Stasera mi sono soffermato su questa,  scattata prima di lasciare la zona del disastro dove abbiamo anche il satellite per trasmettere i servizi. Mi ha colpito per tanti motivi. Intanto ha un sapore spettrale molto forte: questi scheletri dei palazzoni a malapena rimasti in piedi che sovrastano traballanti  il cratere di quello crollato. Poi l’idea che lì sotto ha finito la sua vita Alberto Bonanni che non ho mai conosciuto ma che tutti mi hanno descritto come un vero gabbiano, un giramondo che finalmente aveva deciso di fermarsi. Il destino lo ha drammaticamente accontentato: ha visto tante terre, l’ultima e’ stata il Pakistan che amava. Abitava al terzo piano: del suo appartamento sono rimaste le briciole perche’ gli sono crollati addosso altri sette piani. Ripenso anche alla paura della notte scorsa, piu’ o meno a quest’ora, quando il tavolino ha cominciato a ballare e poi e’ arrivata, annunciata, la grande botta che ha scosso le pareti dell’albergo e ci ha mandato tutti per strada. E’ sempre successo, ma ogni volta te ne sorprendi. Arrivi sui luoghi del  terremoto convinto di raccontare una catastrofe, cioe’ un evento avvenuto,   e poi fatalmente scopri  che la catastrofe  non e’ affatto finita. Soprattutto non e’ finita la paura. La paura. Una bestiolina che puoi controllare, con cui puoi imparare a convivere, ma alla quale e’ impossibile abituarsi.  (Stanotte, avevo appena chiuso il pc e spento le luci,  c’e’ stata un’altra scossa. A questo punto, non so, mi e’  sembrata quasi normale: ed e’ l’aspetto piu’ angosciante. Quando cioe’ non hai piu’ paura).