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Ritorno nello Sri Lanka

Ci risiamo. Questo e’ un momento che conosco a memoria perche’ la mia vita e’ piena di questi momenti. Quelli della partenza. Paradossalmente mi pesano piu’ questi, programmati, che i voli d’emergenza, quelli che ti arrivano fra capo e collo ma che metabolizzi subito perche’ c’e’ un evento importante che ti aspetta. Sono almeno quattro anni, vado a memoria, che la campana e’ suonata sotto le feste. Stavolta, a pranzo di Natale appena consumato, prendo un volo non perche’ sia successo qualcosa (per fortuna) ma per tornare sui luoghi dove si e’ consumata una catastrofe che ha cambiato un po’ il mondo. Lo ha cambiato fisicamente, visto che si e’ spostato addirittura l’asse terrestre, e lo ha cambiato sul piano della coscienza, poiche’ mai c’e’ stata una gara così alta di solidarieta’. Ecco, torno sui luoghi del “mio” tsunami, nello Sri Lanka, per verificare cos’e’ cambiato un anno dopo. Cos’e’ cambiato nel Paese e cos’e’ cambiato nella gente. Gia’ sono tornato sei mesi fa e ho visto segni concreti di una ricostruzione cominciata pero’ con evidente ritardo. Ho visto anche gli occhi dei cingalesi ancora pieni di una paura che probabilmente non cancelleranno mai. Pochi giorni, ma un giro lungo che mi portera’ anche a sfiorare il territorio tamil dove e’ ripresa la guerra forse proprio per colpa degli aiuti che il governo di Colombo non avrebbe distribuito in maniera equa. Tornero’ a Galle cercando di rimuovere, anch’io, il ricordo di migliaia di morti che ancora ho negli occhi e nell’anima. Non e’ facile tornare. Soprattutto quando hai la sensazione che il dolore sia ancora molto presente. E  molto forte.

L’onda che ha cambiato il mondo.   Le otto del mattino del 26 dicembre 2004: si scatena il piu’ forte terremoto degli ultimi quarant’anni. Sotto l’oceano la terra si spacca formando una gigantesca onda anomala.  Un anno è passato da quando lungo l’anello di fuoco del Pacifico, al largo di Banda Aceh (Indonesia), due continenti si scontrarono spalancando un abisso di mille chilometri. Colossali masse oceaniche viaggiarono a 800 chilometri orari portando morte e devastazione dall’Indonesia all’Africa Orientale. Dodici Paesi toccati da quell’onda, che ci fece vedere un Oriente diverso. Non più solamente paradiso terrestre (sole, palme, spiagge candide), ma la terra delle nostre badanti e colf, che vissero per giorni al telefono e nell’angoscia. La stessa angoscia che attanagliò i parenti degli italiani che erano lì in vacanza. Quando il mare si ritirò la seconda volta si contarono i morti, e fra le 231.432 vittime ufficiali si scoprì che c’erano anche 40 nostri connazionali. È stato un evento epocale, e globale, sia per il numero delle vite umane perdute, specialmente dei bambini (un terzo del totale secondo l’Unicef, altri 30 mila sono rimasti orfani), sia per la dimensione geografica e le conseguenze economiche e sociali provocate. 25 dicembre 2005

In diretta dallo Sri Lanka  Stamattina tutti stavano davanti al mare. Ma non vicino, lo guardavano e stavano lontani. Si possono ricostruire case, scuole e ospedali, si puo’ anche mettere in un angolino il dolore, ma la paura no, quella mica passa in un anno. Fra le tante foto che ho scattato appena tornato nello Sri Lanka scelgo questa perche’ rappresenta il coraggio e soprattutto la speranza. C’e’ un uomo che non ha paura delle onde che oggi sono alte e addirittura prova a pescare. L’ho guardato per un’ora e non ha raccolto niente, ma e’ importante il gesto, la voglia di ricominciare. L’altra cosa confortante e’ la convivenza religiosa. Hanno pregato tutti insieme, di tutte le religioni, grande esempio per tutto il mondo sempre piu’ diviso dalla fede. Fra i segni positivi che al volo raccolgo c’e’ anche, finalmente, la prova che i soldi arrivati dalla piu’ grande gara di solidarieta’ della storia, stanno andando a buon frutto. Parlo di quelli italiani, raccolti fra i cittadini, e che gia’ hanno permesso la costruzione di appartamenti per mille profughi a Negombo. Significa che donare ha ancora un senso. Stavolta la tanto vituperata cooperazione italiana si e’ mossa bene e c’e’ anche un comitato di garanti del cittadino che sta verificando insieme a noi sul posto le opere realizzate direttamente da quindici ong italiane. Non e’ stato facile, in un Paese in cui si urla sempre piu’ forte alla corruzione e dove gli aiuti sono usati anche per far politica. Con il risultato di riaprire la ferita mai chiusa con i guerrieri tamil.

Lo ammetto, sono devastato dalla fatica e soprattutto dal sonno. Da due giorni praticamente non si dorme e tra pochissimo c’e’ una nuova sveglia per l’avventura piu’ dura: domani andiamo a nord, a ridosso del territorio tamil dove anche oggi ci sono stati combattiimenti e morti. Oggi abbiamo attraversato centinaia di chilometri della costa ferita del sud, fin dopo Galle. Ho visto scuole, ospedali per bambini, villaggi di pescatori dove oltre alle case e’ stato dato anche un lavoro, cioe’ la speranza. Tutto con i soldi italiani, segno che davvero (lo confermo) stavolta sono stati spesi e spesi bene. Oltretutto questa e’ una scommessa che fa riflettere. Diceva Bertolaso, capo della protezione civile (chi ha visto il tg di stasera lo ha sentito): “Abbiamo dimostrato all’estero che in un anno si possono riparari i danni di un disastro. Adesso dobbiamo imparare a farlo anche da noi”. Giusto, sarebbe ora. Non ho la forza di scrivere nient’altro di sensato adesso: qui sono ormai le due di notte (siamo cinque ore avanti con il fuso). Accontentatevi di questo tramonto. Dopo tante rovine mi piace far vedere le suggestioni dello Sri Lanka che nemmeno un’onda maledetta e’ riuscita a cancellare.

In diretta dallo Sri Lanka  Pescatori davanti all’isola di Kinnyia, al nord, per cinque minuti l’anno scorso completamente sommersa. Settantamila abitanti, tutti musulmani, piu’ di mille morti e altri mille fuggiti, per la paura. Non sono ancora tornati. A Kynnyia ci sono gli alpini con un ospedale di campo. Italiani brava gente.

A Trincomalee, a nord, la tensione e’ molto forte. Al dramma dello tsunami si aggiunge il ritorno dello scontro decennale con i tamil. Siamo arrivati, con un piccolo aereo, a ridosso dello zona controllata dalle tigri, ci sono check point ad ogni angolo di strada, in ogni vicolo, dopo gli attentati dei giorni scorsi. Nonostante i problemi e i rischi gli aiuti italiani sono arrivati anche qui: tanti progetti, il piu’ importante un orfanotrofio aperto a tutte le etnie, anche quella tamil, ed e’ un grande risultato. Poi altre opere, soprattutto destinate ai pescatori, che la gente di China bay festeggia all’arrivo della nostra delegazione, capace di superare tutte le barriere. Musica e ringraziamenti mentre le squadre speciali controllano il mare.

Infanzia negata

“Infanzia negata” di Simona Maggi . Edimond editrice, pagg.56, prezzo 10 euro.

Nel sud est dell’Asia li chiamano truk-truk, sono quelle vespette con il seggiolino che sostituiscono i taxi. Pochi soldi e portano i turisti in giro. Ricordo il primo che ho preso nella caotica Colombo, capitale dello Sri Lanka, il giorno dopo lo tsunami. Non avevamo fatto neanche il giro del palazzo quando il driver mi chiede se voglio una “baby”. Non ho risposto subito, sorpreso. E lui ha insistito, ha specificato meglio l’offerta. “come la vuoi, russa, nera, o cingalese, ma proprio baby, vedrai pochi soldi”. E’ facile scendere al volo dal truk-truk perche’ vanno pianissimo. Sono sceso. Ma quell’offerta scellerata mi ha perseguitato per tutto il tempo che sono rimasto da quelle parti. Offrono “baby” in ogni dove e l’aspetto piu’ drammatico e’ la consapevolezza di un mercato che tragicamente tira. Se offrono bambine al primo turista che incontrano, significa che i turisti chiedono quello. Cosi’, capisco bene lo choc che ha provato Simona Maggi quando si e’ trovata di fronte, in Thailandia, quegli uomini senza scrupoli e senza anima. Perche’ lei li ha visti davvero i turisti del sesso, quei maledetti che sfruttano la miseria e l’ignoranza. Ha visto i loro occhi vuoti, ci ha parlato, conserva la rabbia di non averli potuti denunciare perche’ quel mercato fa ricchi molti.  (dalla prefazione di Pino Scaccia)