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La casa dell’orrore

Perugia - Per tre giorni e (quasi) tre notti sono stato davanti questa casa a capire perchè. Mi succede quando l’orrore è troppo grande: mi era già successo a Novi Ligure. Ero appena arrivato che già la verità, terribile, si era affacciata. Adesso sappiamo che le ipotesi peggiori erano tutte vere. Un bastardo di uomo ha ucciso a botte la moglie gonfia della terza maternità ormai imminente. L’ha massacrata uccidendo anche Viola, la figlia che non è riuscita a nascere, e rovinando per sempre la vita degli altri due ragazzini che hanno avuto la sfortuna di essere generati da un padre così. E’ sempre stato un violento, in zona lo sapevano tutti. Lei era stata anche a denunciarlo, così come aveva confidato alle amiche brutti presentimenti. Un bastardo coperto dal clan: questa casa dentro il borgo di una famiglia pronta ad aiutarlo, pronta a coprire le malefatte e a simulare una rapina, a invocare subito le ronde contro gli altri, quelli venuti da fuori, e a insultare i giornalisti che invece – come i magistrati – avevano capito tutto. Quell’ex camionista così capace di menare le mani con una donna fragile, fra le azioni spregevoli che ha compiuto in questi giorni ha avuto anche l’ardire di andare davanti alla bara della moglie un’ora prima di essere arrestato e due ore prima dei funerali. E il clan dietro la bara, come se non fossero tutti colpevoli. Spero che mettano in galera adesso anche chi l’ha aiutato. Perchè la madre di Barbara, una donna così straordinariamente dignitosa nel dolore, lo merita. Non la pena di morte, come ha invocato la gente di Marsciano stordita dalla rabbia, ma giustizia sì. Quel delinquente deve pagare, fino in fondo.  29 maggio 2007

Perugia – Roberto Spaccino è in isolamento in una cella del carcere di Capanne, fuori Perugia. Non può vedere né parlare con nessuno, neppure con i suoi legali, prima dell’interrogatorio di garanzia. Potrebbero passare giorni poiché l’impressione generale è che gli inquirenti stiano aspettando i risultati delle analisi di laboratorio, comprese le comparazioni del Dna, per trasformare i gravissimi indizi in prove certe. L’inchiesta sicuramente non è finita e c’è la conferma che almeno altre due persone sono state iscritte nel registro degli indagati. Non solo: si cercherebbe anche una donna. L’ipotesi di reato sarebbe il favoreggiamento, insomma chi ha aiutato Spaccino a mettere in scena quella che il pm definisce una “palese simulazione”. E il cerchio è ristretto naturalmente alla sua famiglia,  a questo clan chiuso e con regole proprie. Lo stesso Spaccino quando dice di aver scoperto il cadavere della moglie dichiara di aver chiamato i due fratelli, Francesco e Paolo (il gemello), le due cognate e il padre, Gerardo, il patriarca. E’ stata una delle cognate a chiamare i soccorsi.  Leggendo l’ordinanza, ventrirè pagine piene di dettagli su una vita matrimoniale densa di violenze e vessazioni, sgomenta anche la dinamica dell’omicidio. Barbara Cicioni era distesa sul letto dolorante alle gambe per un diabete gravidico. La scintilla dell’ennesima lite è scattata per la richiesta di lei di non andare a lavorare la mattina dopo in lavanderia. Allora lui – secondo l’accusa – l’ha cominciata a colpire con forza, usando anche un asciugamano bagnato per non lasciare tracce, fino a stringerle fatalmente il collo, nonostante il pancione, nonostante la vicinanza con la stanza dei bambini, anche loro maltrattati e umiliati per anni dal padre. Poi la messinscena del furto smentita subito dagli investigatori, le discordanze sull’ora della morte, una bugia addirittura sulla cena: ha detto di aver mangiato con la moglie e invece testimoni lo hanno visto al bar di Marsciano. Tante bugie, mai ritrattate perché continua a dichiararsi innocente, quell’ultimo saluto imbarazzante  alla moglie prima di essere arrestato tra le urla della folla inferocita, quella che era la sua gente, sbigottita da tanto orrore. E poi il dolore rabbioso ai funerali con i parenti di lei e di lui vicini ma distantissimi, senza neppure guardarsi in faccia. Come sempre, in tutti questi anni.

PerugiaFino all’ultimo, proprio nella  curva prima della chiesa, la stessa dove ieri sono stati celebrati i funerali, il padre ha chiesto a Barbara: “Sei proprio sicura di voler sposare uno Spaccino?”.  Gli Spaccino. Famiglia nota e rispettata in tutta la valle. Un impero agricolo che ha resistito anche al fascismo, l’unica famiglia contadina che non si è sgretolata come tutte negli anni cinquanta, duecento ettari di terreno,  dieci  nuclei in uno a formare  un piccolo borgo e regole antiche, ferree. Barbara Cicioni, in crisi da figlia di separati, era raggiante di entrare in un clan, così protettivo. E invece non sapeva ancora di infilarsi  nell’inferno. Il primo schiaffo l’ha preso quando erano ancora fidanzati perché si era fatta il buco all’orecchio. Otto anni fa , nel ’99. Dopo pochi mesi aveva dato al clan un altro maschio, Filippo, e pareva un titolo di merito perché nel clan contano soprattutto i maschi costretti a vivere nel borgo, mentre le figlie femmine possono anche emigrare. E quelle che restano non possono trasgredire. Nell’ordinanza, ricchissima di testimonianze, è raccontato tutto il dramma di questa donna che voleva solo essere felice e che ha sempre nascosto, per amore, le violenze fisiche e le umiliazioni subite dal marito e dalla sua famiglia. Una volta, era già nato il secondo figlio, Niccolò, Roberto la prese a schiaffi perché non trovava i calzini. Minacciò di ucciderla, come fece molte altre volte in questi anni.  La suocera, Rita, aveva il compito di controllo: entrava in casa e verificava se era tutto in ordine, altrimenti chiamava il figlio e giù botte, insieme a insulti e minacce. Anche il suocero, Gerardo, il patriarca, una volta l’aggredì con una roncola. Secondo l’accusa Roberto Spaccino maltrattava pesantemente anche i bambini che ora sono rimasti completamente soli. Ma c’era qualcosa di molto più grave che divideva Barbara dal marito. Lui ex camionista nella sostanza dipendeva ormai da lei, che era diventata proprietaria della lavanderia. Lei lavorava, nonostante il pancione, e lui (lo sanno tutti in paese) andava per night e videopoker, ma non bastava. Perché nelle regole del clan l’indipendenza economica di una donna era considerata un’offesa per il marito. E nel più tragico dei paradossi la scintilla che ha portato all’orrore è stata proprio la richiesta di Barbara di riposarsi un giorno, perché la gravidanza l’aveva proprio spossata. Non l’avesse mai chiesto. Pugni in faccia, un asciugamano bagnato contro la testa, le dita forti di lui che stringono il collo. La fine dell’inferno e l’ultima beffa: la simulazione palese di una rapina, tante incongruenze e un castello di bugie smontato in pochi giorni. E’ finita con l’arresto tra gli insulti di quella che era la sua gente ed ora quest’uomo che aveva definito belve gli assassini (inventati) della moglie incinta, è isolato in carcere, lontano da tutti, soprattutto dal clan.

Niccolò, otto anni, e Filippo, quattro anni: due giovanissime vite spezzate. La procura della Repubblica di Perugia ha chiesto di sentire i due figli di Barbara Cicioni e Roberto Spaccino. La notte dell’omicidio i bambini stavano dormendo in una camera accanto a quella nella quale e’ stata uccisa la donna. I familiari di Spaccino avevano riferito il giorno dopo ai giornalisti di averli portati via subito dopo che Roberto Spaccino aveva trovato la moglie morta rientrando a casa, senza che questi si accorgessero di quanto successo. Agli atti dell’inchiesta c’e’ anche un disegno fatto successivamente da uno dei figli che mostrerebbe la madre morta. Con la formula dell’incidente probatorio quanto riferito dai bambini assumerebbe valore di prova in un eventuale processo.

“Perché Pino Scaccia, uno dei più autorevoli e impegnati inviati di guerra, è costretto a fare corrispondenze di cronaca nera per il Tg1?” La meringa     Questo è il post che Annachiara sul suo simpatico blog ha dedicato molto generosamente al gabbiano. Ringrazio dell’attenzione, e della stima, ma è evidente che c’è un pò di confusione sul ruolo e sui compiti di un reporter. Il titolo addirittura grida “Tg1 vergogna” come se l’avermi affidato i reportage da Marsciano, per raccontare una storia importante e triste di questa nostra Italia, fosse considerata una punizione. Come se fosse un titolo di merito, addirittura una promozione, il mandarmi dove si rischia la vita. Personalmente ho sempre rifiutato l’etichetta di inviato di guerra perchè non esiste, è stata inventata dall’immaginario popolare. Allineandomi al grande Enzo Biagi, io mi sento solo, semplicemente un cronista. Che va dove lo porta la notizia. Se poi gli eventi negli ultimi anni sono stati spesso disgraziamente legati alle guerre è solo una rovina per l’umanità. Il mio mestiere è di raccontare e nella mia (purtroppo) lunga carriera ho seguito di tutto: dal terrorismo alla mafia, dai terremoti ai sequestri, dallo tsunami al g8, dai grandi misteri alle storie drammatiche. Possibile che per essere considerati bravi, bontà vostra, bisogna solo infilarsi in posti dove sfiori la morte? Ed ecco perchè si parla frequentemente male dei giornalisti, perchè neppure si sa che mestiere fanno. Vorrei chiarire che seguire vicende come quella di Marsciano è molto più difficile e impegnativo, credetemi, di una trasferta a New York per l’11 settembre. Parlare di storia è semplice, parlare delle persone è molto più complicato. E doloroso.

“Sono di Marsciano e in questi giorni ho vissuto da vicino le varie fasi di questa vicenda, anche per motivi legati alla mia attività; sono Addetto Stampa del Comune e ho iniziato da qualche anno questo “mestiere”, scrivendo in una testata on-line e facendo una trasmissione radiofonica (ho quasi paura a definirmi “giornalista”; la molteplicità di situazioni differenti che questo termine racchiude mi fa pensare che sia giusto non utilizzare per tutti la stessa parola…ma questo è solo un dettaglio ).Ovviamente, come addetto atampa non avevo e non ho nessun compito particolare da svolgere relativamente a questo fatto di cronaca e dovevo semmai, come poi ho fatto, riportare eventuali dichiarazioni, iniziative, prese di posizione dell’Amministrazione Comunale.Ho voluto però “vivere” da vicino questa vicenda e ho passato ore davanti all’abitazione degli Spaccino, davanti alla caserma di Marsciano, nella frazione di Morcella e in tanti altri posti dove poter “strappare” qualche informazione, qualche pensiero, qualche sensazione, qualche immagine.Alla gente che mi vedeva in tv, magari in qualche frammento di immagine di un tg, o che mi chiedeva che cosa stessi facendo rispondevo… “nulla, ero lì come c’erano tante altre persone…”; in realtà, forse, non era così, ma non volevo dire altro, non volevo dare l’impressione di “giocare a fare il giornalista”.Vengo al punto..Molti sono preoccupati del fatto che adesso Marsciano sarà “etichettata” con questo omicidio, che sarà conosciuta solo per questo.Al di là di questo, quello che mi chiedo è fino a che punto questa vicenda può essere legata anche ad una questione culturale, magari ad una fetta della nostra società o ad un modello di famiglia (quella contadina patriarcale)… anche se poi vicende simili succedono in tanti altri contesti.In questi giorni molte persone, a Marsciano, hanno detto di conoscere tante famiglie dove i mariti usano le mani per risolvere i litigi…Allora dobbiamo pensare che il mondo sia pieno di persone (in questo caso mariti…) che non sono diventati assassini solo perché si sono fermati un attimo prima…o sono stati un po’ più fortunati?E soprattutto, che cosa dobbiamo pensare di tutte quelle persone che “sapevano”…ma che parlano solo ora? Che avevano sottovalutato la gravità di quello che ora raccontano? O che non hanno potuto convincere chi subiva violenze a prendere qualche decisione che le avrebbe salvato la vita?”  Massimo Fraolo

Marsciano non pagherà prezzi in termine di immagine, il paese non c’entra niente con il delitto. Se ci si interroga su quella inaudita violenza è proprio perchè ci sentiamo tutti un pò colpevoli. E a rischio. Un terzo degli omicidi volontari in Italia avviene fra le mura domestiche. Certo queste sono lezioni sonore.