A Vicenza contro la base

16 febbraio 2007Per quanto mi riguarda tutto è nato quel pomeriggio davanti a Montecitorio, un mese fa. Erano in pochi a manifestare contro Ederle2 ed erano stati loro, i contestatori del raddoppio della base americana a Vicenza, i primi ad ammetterlo. Ma si erano dati (ed avevano dato) un appuntamento che sta per scadere. Così sabato ci sarà una specie di prova del fuoco, anche se tutto lascia prevedere contorni appassionati ma non larghissimi di partecipazione. La questura ha previsto l’arrivo di quarantamila manifestanti. Potrebbero essere di più ma certo la portata appare limitata rispetto a manifestazioni capaci di convogliare, negli ultimi tempi, milioni di persone. Il fatto è che la storia del “Dal Molin” nasce e si sviluppa intorno a un paradosso. La sinistra che contesta la sinistra. Sarebbe stato facile se dall’altra parte ci fosse stato l’avversario politico storico. Prendere per guerrafondaio e schiavo degli americani un Berlusconi fattosi trascinare maldestramente in Iraq sarebbe stato un piatto ghiotto. Ma qui c’è qualcosa di diverso che ha sorpreso tutti. Il sì agli americani l’ha detto Prodi e lo difende senza tentennamenti. Così almeno metà del popolo che vuole spezzare l’egemonia dei padroni del mondo si ritrova a combattere in casa con grande imbarazzo di chi, come Bertinotti, da uomo e da militante vorrebbe stare a Vicenza esaltando la battaglia di una vita e invece non ci va perchè da presidente della Camera, cioè di tutti i deputati, non sarebbe consono al ruolo e alla responsabilità. Per questo hanno paura tutti. Non perchè temano realmente episodi gravi, ma perchè le parti si scontrano su principi che dovrebbero (e che apparivano) comuni. L’allarme lanciato dal ministro Amato dovrebbe essere sufficiente per scongiurare anche i pericoli imprevisti, insomma i rituali provocatori, ma il problema vero nascerà il giorno dopo. E non sarà “militare”, ma politico. Con la casa della libertà graziosamente alla finestra.

Bene, esaurito l’impegno professionale per Tv7 (il reportage sull’Albania andrà in onda domani sera) e quello più personale domattina a viale Mazzini dove sarà celebrato (anche) il mio quarto di secolo di fedeltà all’azienda, volerò da quelle parti. Un’occasione che esalterebbe qualsiasi cronista, ma che reputo più complicata di altre, g8 compreso. Tanto per capirci. In qualche maniera mi sembra di tornare (spero solo in maniera figurata) nei Balcani, terra dai mille fronti, dove non sapevi mai chi era il nemico, chi ti sparava. E soprattutto perchè. Spero di tornare, come allora, vivo.

Vicenza - Arrivo in città che è già buio. Le luci sono tutte accese, c’è quasi allegria, forse è solo nervosismo. Per vedere qualcosa che ricordi di essere alla vigilia di un evento importante e rischioso bisogna passare davanti all’ormai famoso “Dal Molin” dove c’è il presidio permanente. Ma anche lì è tutto tranquillo. La gente non vede l’ora che arrivi domenica, i negozianti sono preoccupati ma resteranno (quasi) tutti aperti, blindato di fatto sarà soltanto il centro che sarà per tre ore circondato dal serpentone. Gli stessi centri sociali hanno garantito l’assenza di striscioni pro Br e mascheramenti. La Cgil ha messo in piedi un servizio d’ordine pari quasi come numero alle forze di polizia. Un incidente non converrebbe a nessuno e i movimenti del no lo sanno perfettamente. Così si impegnano per evitare quello che, in certe circostanze, tutti temono. La provocazione. Insomma, speriamo che alla fine sia un appuntamento solo di parole.
 
Starò fuori tutto il giorno, al seguito e intorno alla manifestazione. Ma molti amici della tribù sapranno cosa succede molto prima di domani sera, o notte addirittura, quando sarò in grado (esauriti gli impegni professionali) di tornare a occuparmi della Torre. Potete seguirmi naturalmente al Tg1, ma potrete passo passo essere aggiornati sugli eventi attraverso i numerosissimi canali informativi, anche sul web. Questo post dunque è collettivo. Qui sotto potete aggiornare in tempo reale, in base alle informazioni (e immagini) in vostro possesso, tutto quello che succede (speriamo nulla di grave) per le strade di Vicenza durante una giornata che mette paura. Un esercizio già svolto in passato, per altri eventi. Un bel modo, anche utile, per fare comunità. Poi ne riparleremo insieme.
 
 
Vicenza - Ormai sapete tutto, sapete com’è finita, sapete soprattutto chi ha vinto. Perchè questa è la domanda rituale dopo un evento importante e molto atteso: chi ha vinto? Al di là dei numeri e delle chiacchiere di politica, non c’è dubbio che ha vinto il popolo dei pacifisti. Perchè ha saputo combattere dall’interno chi predica pace e semina violenza. Avete visto le immagini, chiarissime di una partecipazione larga ed eterogenea, uomini duri ma anche tenerissimi bambini. Gente, semplicemente. Che non vuole le basi americane perchè vuole interrompere questa perversa spirale guerrafondaia. A mente fredda si potranno anche analizzare le ripercussioni che questa festa potrebbe provocare nell’assetto governativo. Per ora c’è la consapevolezza che c’è chi contesta l’idea che i problemi del mondo debbano risolversi con le armi. E lo ha urlato con il sorriso, cantando, confermando che spesso le parole possono essere più forti della violenza.

L’Albania vista da vicino

Tirana (Albania) – La prima volta ci sono venuto ai tempi di Oxa e non si poteva fare neppure una fotografia. La seconda volta nel 1991 (l’invasione) e si potevano fare appena le foto. La terza volta nel 1997 (rivolta delle piramidi) si poteva fare tutto, anche morire, perchè c’erano più armi che persone. Poi sono venuto molte altre volte, pian piano l’ho sentita quasi casa mia, ma quando l’ho vista veramente trasformata è stato un paio d’anni fa con la capitale colorata e festante, il lungofogna diventato quasi un lungosenna, una vita normale, anzi frizzante. Ci torno adesso e trovo che ancora ha fatto passi in avanti grazie a un sindaco artista e alla voglia di entrare in Europa. In questi giorni tornerò a girarla in lungo e in largo, partendo da Skutari al nord per finire a Valona al sud. Naturalmente, anche stavolta, è un viaggio che faremo insieme. 4 febbraio 2007

Durazzo (Albania) – Li ha fatti costruire Oxa, dittatore duro e un pò matto, nel suo interminabile regime per difendersi da improbabili nemici. Ottocentomila bunker, disseminati per tutta l’Albania, diventando quasi il simbolo di una terra chiusa, arroccata su se stessa. La musica è cambiata ma siccome costa un sacco di soldi toglierli allora la gente che si è inventata? Li usa. Eccone uno fra i più grandi sulla spiaggia di Durazzo: tutto colorato è diventato un piccolo pub dove la sera i giovani accorrono per bere una birra. E’ una foto altamente significativa dell’Albania che cambia e anche un gridolino di speranza per tutti i  bunker, fisici e virtuali, del mondo (e ce ne sono ancora tanti). Basta una spruzzatina di colori e il monumento alla guerra diventa un luogo addirittura di festa. Su questa storia dei bunker nella vecchia Torre avevamo giocato un pò. Nei commenti potete ritrovare il dibattito scherzoso provocato da una battuta. Era la fine di settembre del 2004, poco più di due anni fa. Eppure sembra passato, anche da allora, tanto tempo. Perchè, vedrete, non ci si andava più a nascondere ma quella massa di comento era ancora irrimediabilmente, tristemente grigia.

Skutari (Albania) – Per capire se ci sono stati cambiamenti bisogna venire qui, al nord, dove l’Albania comincia. Questo è il fiume Buna, al confine con il Montenegro, canale di traffici di ogni genere, da decenni. Si è sempre traghettato di tutto, bambini compresi. Mi dicono che adesso la situazione è cambiata, che dall’altra parte si va solo per turismo. Può esser vero perchè i cambiamenti di Skutari sono evidenti, ma soprattutto si stanno facendo progressi incredibili sul piano delle comunicazioni. Le strade sono sempre stata l’angoscia e il limite dall’Albania. Una volta per venire qui da Tirana ci volevano tre ore, facendo lo slalom tra le buche, adesso ci vuole la metà e le buche sono sparite. Come insegnano gli antichi romani le vie sono importanti per i rapporti e già, dunque, è un grande passo. Bisogna ancora cambiare la cultura, però. Da queste parti vale ancora la legge di Kanun, come nel Medioevo, e pochi volenterosi stanno cercando finalmente di abbatterla. Per andare avanti servono le gambe, ma soprattutto la testa. E la svolta è sicuramente più complicata.

Vignel (Albania) – Per arrivarci bisogna attraversare due volte il fiume Drini, fare decine di chilometri in auto su una sorta di mulattiera e almeno un chilometro a piedi, fra rocce e torrenti e fango. Alla fine arrivi a una casa nascosta dove trovi una donna, Vera, e cinque bambini praticamente sepolti vivi. Sono vittime della legge del Kanun, o codice della vendetta. Marin Vathi era il capo villaggio: cinque anni fa ha ucciso un uomo per vendicare la morte del fratello, rispettando tradizioni che risalgono al quinto secolo: “il sangue va lavato con il sangue”: Ma non è più tempo del principe Lek, l’Albania è diventata uno Stato, e così Marin è stato condannato per omicidio. Deve ancora stare in galera dieci anni. Ma di pari passo alla legge dello Stato da queste parti, in montagna, sono ancora valide le regole medioevali così i suoi figli maschi per non incorrere nella vendetta, per non rischiare di essere uccisi dai parenti dell’ultima vittima della faida, devono autosegregarsi. Nella famiglia Vathi ci sono tre bambine (Sidorella di dodici anni, Aurela di otto e la più piccola, Spresa che in albanese significa speranza, che ha cinque anni nata proprio appena il padre è entrato in carcere). E poi due maschi: Pashk di dodici anni e il più grande, Fler, di quattordici. “E’ molto triste vivere così – mi ha detto Fler -, non posso andare a scuola e il mio unico compito è di far sopravvivere le piccoline”. Vera è una donna forte, ma sta al limite: “Non posso sperare che in Dio e nell’aiuto dei vicini. Prendiamo 2700 lek al mese, venticinque euro, di sussidio. Faccio il pane da sola, ho solo qualche gallina e i piccioni. Avevamo un maiale e l’ho dovuto vendere. I miei figli, nessuno di noi, può lavorare. Da cinque anni viviamo così e ne abbiamo ancora il doppio davanti”. Una situazione allucinante comune ad altre settecento famiglie solo qui al nord, nella provincia di Scutari. Almeno duecento bambini in età scolare non sono mai usciti di casa. Chi può scappa dall’Albania. Gli altri non possono che affidarsi al perdono, come previsto dal Kanun, cioè alla generosità dell’altra famiglia. Alle soglie del tremila.

Skutari (Albania) – Oggi ho visitato un’altra famiglia. Numerosa. Anzi tre famiglie, rinchiuse nella stessa casa: diciotto persone in tutto. Sono segregate da sei anni, da quando il nipote del capofamiglia ha ucciso un uomo. Per evitare la vendetta, secondo la legge del Kanun, tutti i parenti sono sepolti vivi, sette famiglie in tutto. Qui ne troviamo una parte: il vecchio Jon con i figli e i figli con le mogli e i loro figli, Il più grande ha sedici anni, non va più a scuola, ha un futuro bloccato perchè lo zio deve stare altri otto anni in galera. Poi ci sono i piccolini, Matteo che ha quattro anni e Mario che ne ha tre, che non sono mai usciti perchè la legge è scattata prima che nascessero. Una scia scellerata dove si è infilato Denis, l’ultimo arrivato, appena due mesi fa. Vivono, tutti e diciotto, con ottanta euro al mese. Mi dice il nonno: “Non mi importa di me, ma io Anton lo devo far scappare, non può morire qui dentro”. Anton è quello che ha sedici anni. E sperava di diventare calciatore. Ci ha chiesto aiuto. Come se fosse possibile.
Valona (Albania) – C’è fretta. Fretta di togliersi di dosso quel vestito di capitale degli scafisti nota a tutto il mondo. C’è fretta, anche, di trovare un altro sistema per sbarcare il lunario abituati come sono qui a fare tanti soldi e subito. Ma con l’Albania ormai diventata uno Stato vero non è più possibile essere una repubblica a se stante e allora c’è solo un sistema per imboccare una nuova via dell’economia: il turismo. Il posto è realmente incantevole, mancano soltanto le strutture. E allora ecco la fretta di costruire, di ridisegnare il nuovo volto di Vlora. Dopo aver trascorso con i ribelli mesi e mesi  durante la rivolta delle piramidi, sono tornato due anni fa e già l’avevo trovata cambiata, anche stavolta sono evidenti i passi avanti, ma ancora non è pronta. “Forse tra un anno”, dicono. E magari puntano pure sul fascino della fama criminale per aggiungere un’attrazione. Ma da qui i gommoni, ormai, non partono più. Forse.
Tirana (Albania) – La tribù mi aveva ricordato di aver pubblicato su BlogFriends la curiosa iniziativa di un ristoratore di Tirana per le feste di Natale: un albero tutto fatto di spaghetti. Avevo promesso di andare a cercare notizie. Oggi l’ho fatto, fedele agli impegni. Il ristorante si chiama “Gambero rosso” , sta vicino al lago artificiale, a nord della città oggi invasa dalle famigliole in cerca di sole, e l’idea, che ha fatto il giro del mondo, è venuta a Giovanni, un albanese sveglio e simpatico che è stato quindici anni in Italia, a Bibbione, dopo aver frequentato la scuola alberghiera di Aviano. Un tributo all’Italia, naturalmente, ma anche un modo per sfogare una fantasia che già propone per il prossimo Natale un’altra sorpresa che mi ha chiesto di tenere riservata. L’albero, come vedrete nella foto nei commenti, non c’è più, l’hanno bruciato il 6 gennaio, a feste finite. “Vale una volta”, ha detto Giovanni che già di suo è un tipo particolare con un nome che, quando è nato (sotto il regime) era vietato. Insomma, figlio d’arte. Abbiamo parlato molto del futuro dell’Albania. Se fossero tutti come lui, il futuro sarebbe già presente.
Tirana - Lascio l’Albania sotto un diluvio, torno a casa lasciando il paese delle aquile alle prese con le elezioni amministrative che potrebbero cambiare, come da noi, il futuro politico (e non solo) dei nostri vicini di casa. Anche qui si è divisi a metà, è uno strano momento evidentemente per il mondo, come se fosse spaccato in due. Leggo di un nuovo attentato in Libano, dell’ennesima strage in Iraq, dei fantasmi balcanici, della follia nel Paese più grande del mondo dove sono tutti armati. Pensieri molteplici e confusi. Cerco di saperne di più soprattutto su queste nuove br che forse non hanno capito innanzitutto che, appunto, il mondo è cambiato . Un mio  amico ha ridotto tutto a una battuta micidiale: “non ci sono più i terroristi di una volta”. La storia va avanti, comunque. A prescindere da noi. Nessuno è più come una volta.
 Viaggio in Albania, dove il Medioevo non appartiene del tutto al passato. Un reportage esclusivo di Tv7 con l’inviato Pino Scaccia per la prima volta nelle case delle famiglie soggette al Kanun, la legge della vendetta che consente l’uccisione di parenti di chi si è reso colpevole di omicidio. Oltre mille nuclei familiari, nel Nord del Paese, vivono costretti a tenere i figli segregati in casa. Raiuno, domani  23.20.

Sì, insieme si può (se si vuole)

Roma, 14 febbraio 2003Musica piu’ che parole. Sicuramente grida, non parole. Camminando oggi dentro l’immenso corteo della pace abbiamo tutti incontrato le stesse cose: le facce, i sorrisi, la speranza. Che dire di piu’ per dire no alla guerra all’Iraq? La frase piu’ bella che ho sentito e’ stata “Togliere la parola guerra dalla storia”. L’immagine piu’ bella, fra tanti colori, l’ho trovata dietro il palco: la stretta di mano fra due persone, un uomo e una donna. Lei si chiama Fatin, e’ palestinese. Lui e’ Itai, israeliano. Per un attimo ho sognato una loro storia d’amore: pensate, il figlio della pace.

Insieme si può

Beirut - Sembra un fotomontaggio, invece è  una foto assolutamente autentica che ho catturato un’ora fa in pieno centro. Una chiesa cristiana e una moschea vicinissime, quasi attaccate,  immagine simbolica di una convivenza difficile ma possibile. In Libano succede. Una vicinanza che avevo già scoperto in Sri Lanka e che, onestamente, non mi aspettavo di trovare qui. L’ho scelta in una giornata piuttosto turbolenta per Beirut. Stamattina sono stato a bordo della “Garibaldi” per il cambio del comando navale dall’Italia alla Germania che esaurisce un nostro impegno importante: la rimozione del blocco israeliano e dunque l’avvio della missione di pace. Ma prima,all’alba, tre granate hanno sfiorato la sede delle Nazioni Unite e non è stato preso come un buon segno, anche se ancora non si capisce a chi (e perchè) era destinato quello che evidentemente è un messaggio. Nel pomeriggio era in programma un comizio del generale Aoun, ultimo eroe della guerra civile libanese e dichiaratamente ora in appoggio del partito di Dio. Ufficialmente per la pioggia, la manifestazione è stata annullata e ridotta a una piccola conferenza stampa. Insomma, la politica torna a parlare (forse) attraverso le bombe e questo non piace a nessuno. Specie perchè si sente sulla pelle che la tregua è fragilissima.

Beirut - Due amiche, una mussulmana l’altra cristiana, a braccetto nel quartiere di Hamra dove la convivenza è storica tanto da essere definito il cuore del Libano.
Bourj Alawi (Libano). Mezz’ora di auto da Tibnin, Libano del sud, due ore da Beirut. I genieri italiani fanno brillare sei bombe d’aereo, oltre a numerosi altri ordigni inesplosi trovati nelle ultime ore nella zona. Per la bomba più grande, modello Mk84 , ideata negli Stati Uniti ma prodotta in Israele, si prepara un braciere enorme perchè è lunga dieci metri, pesa mille chili e contiene quasi mezza tonnellata di esplosivo. Da sola può far crollare un palazzo. Il botto è enorme e spaventa anche questa tribù di gabbiani. Sono solidale con i consueti compagni di viaggio e felice che almeno questa non sia esplosa sopra la testa della gente.

Beirut – Per decenni sono partiti dal ponte che attraversa il quartiere hezbollah, nella zona sud della capitale. Una grande parata, per sfoderare la loro forza. Ma quest’anno hanno rinunciato: sia perchè quel quartiere adesso è praticamente raso al suolo e un pò per strategia politica, perchè dopo i bombardamenti di luglio non sembrava opportuno. Così il Partito di Dio si è radunato a Beirut in una sala delle conferenze. Non armi stavolta ma solo musica per celebrare Gerusalemme, la “Yom al Quds”, la giornata voluta dall’ayatollah  Khomeini nell’ultimo venerdì del Ramadan in onore della città santa. “La città santa per tutti” è stato ricordato rilanciando il progetto di un luogo sacro aperto a tutti, sia agli ebrei che ai palestinesi. Tante parole per dire che la guerra non è finita e che “dopo la vittoria di luglio” si è capito che la strada per battere l’esercito israeliano è solo la resistenza. “Combatteremo finchè la Palestina non sarà liberata” ha detto il rappresentante di Hamas in Libano, Osama Hamdan. Altri politici si sono avvicinati di più al dialogo, auspicando un accordo, ma sottolineando che il Libano sarà l’ultimo a firmare. In assenza del leader Nasrallah, è toccato al suo vice, lo sceicco Naim Qassim tornare a chiedere un governo di unità nazionale. “Deve essere il popolo a decidere il futuro del Paese e non un piccolo gruppo” ha ribadito. Girando poi fra i militanti, specie i più giovani, abbiamo raccolto la voglia di un futuro senza armi ma anche la determinazione a risolvere definitivamente la questione della Palestina, cioè liberandola dagli “usurpatori”. Come dire che siamo ancora lontani, lontanissimi. Purtroppo. Con i caccia israeliani che continuano a sorvolare impropriamente il cielo di Beirut. E il comandante di Unifil che ha già minacciato di intervenire per far rispettare la tregua. Pace sì, ma fino a quando?

Beirut - Un’ora fa. Ma la festa Aid al Fitr, per la rottura del digiuno, sarà celebrata domani. Una ricorrenza che i libanesi passeranno quest’anno in famiglia perchè, come hanno annunciato le autorità, con “tutti questi martiri” (le vittime dei bombardamenti di luglio)  “non c’è spazio nei nostri cuori per la festa”.

Beirut – E’ festa per due giorni. Stasera la fine del Ramadan è stata illuminata sul porto anche dai fuochi di artificio. Luci di festa. Uno strano effetto per una città che ha vissuto soltanto due mesi fa le luci di morte. La sensazione è pesante, la tregua appesa a un filo con i caccia israeliani che continuano a provocare sorvolando il Libano. Violazioni denunciate dall’Unifil e che stamattina hanno avuto come testimoni anche il fido Norberto e Peppe, il montatore. Li hanno visti benissimo gli aerei passati a bassa quota sulla capitale. Qui sono tutti pronti a rispondere ed è questa la grande paura perchè gli animi sono tesi soprattutto dopo la conferma dell’uso delle bombe al fosforo sui civili. Un atto criminale.

Libano del sud - Sono tornato oggi nella terra più colpita e più difficile, dove le ferite sono così recenti e così forti che non hanno ancora permesso di cancellare l’odio. Sono stato prima a Tibnin e poi a Zibquin dove opera ancora il battaglione San Marco in attesa del cambio con la brigata Pozzuoli del Friuli, il cui avamposto è già arrivato. La prossima settimana il comando di tutto il settore ovest passerà agli italiani. “Una grande responsabilità”, ha ammesso l’ammiraglio Confessore che comanderà, oltre agli italiani, anche francesi e danesi di  questa  area.  Il clima  sembra disteso ma il fuoco, come si dice, cova sotto la cenere.  L’Unifil in generale e gli italiani in particolare sono riusciti comunque a stabilire un ottimo rapporto con la popolazione. Ed è un buon viatico per il futuro. Poi ci sono i bambini che rappresentano una situazione a parte. Fra loro e i soldati c’è anche qui, come in ogni dopoguerra, un legame molto stretto. I bambini stanno sempre intorno alle basi, fanno amicizia, salutano a ogni passaggio. Per i bambini quegli uomini in divisa sono una festa, perchè rappresentano la speranza di pace. E forse hanno ragione.
Beirut - Per un giorno dimentichiamo gli orrori e la politica, le polemiche e i lutti. In questi giorni si celebra la settimana della lingua italiana nel mondo e siamo stati coinvolti nei festeggiamenti e nei dibattiti. Così ho scoperto che sono seimila addirittura gli studenti libanesi che in questo momento studiano l’italiano, attraverso diciotto scuole. Non è un’impresa da poco in un Paese lungamente francofono e naturalmente con la consapevolezza che l’inglese è la lingua universale. Ho chiesto a queste ragazze il perchè della scelta. “Perchè amiamo l’Italia”, mi hanno risposto candidamente, meravigliandosi loro della mia meraviglia.
Beirut - Settecento palazzi distrutti (alcuni alti dieci piani), più della metà irrimediabilmente. Beirut sud cerca faticosamente di rimarginare le ferite, ma ci vorrà molto tempo per ricostruire il quartiere, che comunque non sarà più come prima. Fra le rovine i più tenaci provano a riappropriarsi della propria casa, ma lo spettacolo dominante è la desolazione. Torniamo ad Haret Hreik insieme con un parlamentare hezbollah, Amin Sherry, e al ministro dell’ambiente, Yacoub al Sarraf. L’occasione è importante perchè li divide la politica, ma li unisce la voglia di salvare il Libano. Dice Sherry: “Vogliono piegarci, ma non ce la faranno, Beirut è stata ricostruita molte volte sulle sue macerie. Ci riusciremo anche stavolta, anche se non sarà mai come prima. La gente soffre, ma sa che lotta per il suo futuro”. Dice il ministro: “Certamente abbiamo bisogno dell’aiuto internazionale, per rimettere in piedi le case, ma soprattutto per avere la pace, una vita finalmente normale”. Ci fanno vedere la casa di Nasrallah ridotta in briciole (c’è solo un cratere) così come i cinque uffici del partito di Dio. Adesso le riunioni si svolgono sotto una tenda. C’è un vertice degli hezbollah con lo sceicco Khoder Noureddine. La porta è aperta. “Non abbiamo da nascondere niente” – ci dicono – “stiamo discutendo su come difenderci se torneranno a bombardare. Perchè ci difenderemo”. Non capisco l’arabo, ma è facile distinguere che non si parla quasi mai di Israele ma sempre degli Stati Uniti.  Qui non hanno dubbi su chi sia il vero nemico.
Beirut - Sullo striscione c’è scritto “La fiaccola che non si spegne mai”. E’ l’ingresso del canale “Al Manar”, la televisione degli hezbollah. Passi la porta e non trovi niente: al posto dell’edificio c’è un grande cratere. Ma “Al Manar” naturalmente continua a trasmettere. Non si sa da dove, ma trasmette. Ieri sera ha ospitato una lunghissima intervista, più di tre ore, con il leader Nasrallah, registrata ovviamente in un luogo segreto. E’ stato il ritorno del capo del Partito di Dio, comparso l’ultima volta in piazza il 22 settembre a festeggiare “la giornata della vittoria”. La sua ricomparsa è importante perchè cade in un momento particolarmente delicato per il Libano, sia sul piano esterno (le continue provocazioni israeliane) che quello interno. Garantito che è in corso una “seria trattativa” per lo scambio di prigionieri, Nasrallah ha mandato soprattutto messaggi al governo. “Questo è il momento di muoversi mano nella mano per salvare il Paese. Non cerchiamo vendetta, ma un accordo” ha detto. Ha rilanciato la volontà di una coalizione, accogliendo la proposta del presidente del Parlamento, Berri, ponendo però condizioni probabilmente inaccettabili dalla maggioranza antisiriana: un rimpasto con un terzo dei ministri alla minoranza così da condizionare ogni scelta. E ha addirittura posto un ultimatum: quindici giorni da oggi. Altrimenti gli hezbollah scenderanno in piazza. Due settimane di pace, insomma, e poi sarà di nuovo scontro. “La situazione è preoccupante” hanno ammesso tutti gli osservatori internazionali. Sì, molto preoccupante.
Baalbek (Valle della Bekaa, Libano). Sarà un caso ma quando mi è arrivata la notizia della liberazione di Torsello stavo qui, sotto le sei colonne antichissime e imponenti della città del sole. Un luogo così spiritualmente forte da avvicinarti al cielo. Un tempio dedicato in origine dai fenici al culto del dio Baal e poi riconvertito dai romani a gloria di Giove, Venere e Bacco. In procinto, dopo quasi un mese, di lasciare il Libano sono voluto venire fin quassù in uno dei posti più belli e più isolati del Paese. Roccaforte degli Hezbollah è stata pesantemente bombardata, ma nessuno ne parla. Ancora a rischio per la vicinanza con la Siria, le forze Unifil non l’hanno neppure presa in considerazione, mentre il governo di Beirut qui è lontanissimo non solo fisicamente. E’ il Paese che non si vede, che soffre miseria specie adesso che i turisti sono spariti del tutto. E che vede un’unica mano protesa, quella del Partito di Dio. Qui la resistenza non è una scelta, ma la sopravvivenza. Bisognerebbe pensarci, qualche volta.
Beirut - Riflettevo, capita anche a me. In prossimità della partenza sono andato a cercarmi una scala verso il cielo. Ricordate la ziguratt in Iraq? E adesso il tempio del sole in Libano. Scelta inconscia, ma forse significativa di uno stato d’animo. Il momento del ritorno racchiude sempre una serie di sentimenti contrastanti. Certamente la felicità personale per il ritorno a casa, ma anche il rimpianto professionale di lasciare in qualche maniera il lavoro a metà. Mai, quasi mai, si va via a impegno concluso. Ti aspetti sempre di vedere cosa succede domani di una situazione che per un mese, come nel caso del Libano, hai seguito direttamente e ti ha coinvolto. Particolarmente quest’idea è forte qui, quando tutti sanno che qualcosa potrebbe succedere a metà mese. O c’è un accordo oppure si torna in piazza con gravi rischi. Per fortuna, le ultimissime notizie sono confortanti, ma da queste parti le altalene sono continue. Lascio il Libano comunque soddisfatto perchè era un Paese che non conoscevo e che adesso conosco. Proprio stasera il comune di Colognola ai Colli (Verona) mi ha fatto l’onore di assegnarmi una medaglia come “operatore di pace”. Naturalmente, come sempre succede, non ero presente fisicamente ma mi sono collegato telefonicamente. Un riconoscimento non eclatante, ma che mi ha riempito di orgoglio perchè coincide con quello che ho sempre sostenuto sul nostro mestiere. Ho sempre rifiutato l’etichetta di “inviato di guerra”. Il nostro compito non è mai quello di seguire una guerra, ma casomai di raccontare gli spiragli di pace. Ed è bello che l’abbia ricevuto quando sto ancora a Beirut. C’è un filo sottile, senza dubbio, che unisce i vari viaggi dentro il mondo difficile che cerca di trovare un linguaggio comune. E cosa ho scoperto allora? Non me lo sarei mai aspettato. A Jounieh, un piccolo comune a ridosso della capitale, c’è il santuario di Harissa: in cima a una torre  c’è  la Madonna del Libano.  Sembra la torre di Babele. Miracolo della convivenza e anche la prova che lo spirito religioso non ha confini. Anche questa Madonna è stata posta in alto, molto in alto, verso il cielo. E’ venerata dai cristiani, ma guarda e protegge tutti, anche i musulmani. Bisognerebbe ricordarlo più spesso. Un segno inaspettato che prendo come un’eredità spirituale da portarmi dietro, a poche ore dal rientro a Roma. 

Libano, il paese dei cedri

Beirut – Arrivato. Quel che ho visto finora mi piace molto. Citta’´ degna della fama, bella da togliere il fiato, ma anche piena di ferite. Sono le prime impressioni, ma mi ha colpito – e stupito – soprattutto la gente libanese. Gentilissima, sorriso pronto e subito a stringerti la mano, per farti sentire a casa. Il Ramadan e´ rispettato rigorosamente, ma senza quell´aria funesta che ho trovato, per esempio, negli Emirati dove tutto e´ ipocrisia. Qui si prega, ma resta un fatto privato. E a proposito di religione, e´ incredibile quanto abbia scoperto laica Beirut. Velo neanche a parlarne, moda occidentale. Cerchero’ di capire meglio nei prossimi giorni, anche perche´ domani mi trasferisco al sud, terra del conflitto e di contraddizioni. Emozionato dall´idea, ancora una volta, di infilarmi in una civilta´ di cinque, seimila anni. Dalla Mesopotamia alla Fenicia. 9 ottobre 2006
Tiro (Libano) - Ed eccomi al sud. Sono arrivato dopo aver attraversato interi quartieri di Beirut devastati dalle guerre vecchie e nuove e aggirato decine di ponti spezzati dalle bombe. L’aria, qui al confine con Israele, è più pesante, si temono nuovi attacchi, la proverbiale gentilezza libanese è inquinata dalla comprensibile diffidenza.Ho scattato molte foto, sia delle inimmaginabili rovine che delle inusitate bellezze, appena posso ve le propongo. Intanto, sono felice di aver stabilito un collegamento anche da qui. Domani sarà una giornata impegnativa perchè, come già sapete, arriva Prodi. Intorno all’ora di pranzo lo aspetterò a Tibnin, fra le truppe italiane. Ma l’impegno per il tg comincerà molto prima, fin da Unomattina. Insomma, anche i gabbiani talvolta sono sotto sforzo. Ma è sempre meglio che lavorare, naturalmente.
Tibnin (Libano) – Questo ragazzino abita proprio davanti la base del contingente italiano.Sta sul terrazzino della sua casa e mi indica la sventola che ha buttato giù una palazzina vicina. La sua casa è stata soltanto sfiorata ed è una grande fortuna non solo perchè la sua famiglia (la vedrete sotto, nei commenti) è ancora viva ma anche perchè ha qualcosa da vendere per il futuro. La casa appunto. La famiglia si è trasferita al piano di sopra, tutti in una stanza (sono in cinque), e sotto stanno mettendo in piedi una lavanderia. Con tutti quei militari italiani lì davanti sperano di avere molto lavoro. Dunque, di mangiare. Loro sono fortunati. Molti altri qui, a ridosso del confine, lo sono meno. E resta il dramma di quei ragazzini che continuano a morire perchè scambiano queste sventole per giocattoli, in un Paese dove da troppo tempo lo spazio per il gioco non esiste più.
Yohmor (Libano) – “Stavo spazzando il terrazzo quando ho urtato una scatoletta, è saltato tutto. Ho un buco in testa, le mani spezzate e il ventre lacerato”. Salime Barahet ci fa entrare in casa. E’ anziana, è vedova da quasi vent’anni. Ha dieci figli, otto sono sposati. Sono rimasti con lei un figlio handicappato e una figlia cieca. Va avanti coltivando un campo di tabacco ma grazie soprattutto agli aiuti umanitari. E’ una delle tante vittime delle maledette bombe a grappolo. A Yohmor, a ridosso del fiume Litani, e poco distante dal confine con la Siria, ce ne sono un’infinità perchè è uno dei posti dove l’esercito israeliano si è accanito.Seguiamo una squadra del Mag, gli artificieri. Soltanto nell’ora in cui siamo stati insieme hanno trovato venticinque ordigni, duemila negli ultimi giorni. “Ce ne sono ancora un milione” mi dice Ghassam Sleiman, il supervisore di questa squadra. Se almeno ci dessero la mappa. Sono tutti missili prodotti negli Stati Uniti. Un’infamità”. La squadra di quelli che qui chiamano angeli sta lavorando oggi in un uliveto. Ci abita la famiglia di Yousef  Saied. I bambini da due mesi stanno chiusi in casa, ci resteranno finchè non sarà tutto bonificato perchè ogni passo può essere fatale. “Questo è il momento della raccolta e io non posso andare – si sfoga Yousef -. Questa non è guerra. Non è guerra bombardare civili”. Secondo fonti delle Nazioni Unite da quando c’è la tregua sono venti i morti delle “cluster bomb”, centoventi i feriti ma secondo stime non ufficiali i morti sarebbero più di ottanta. Ordigni micidiali. Ogni bomba sparata dall’artiglieria è composta da 88 pezzi, quelle lanciate dagli aerei addirittura 644. In trentaquattro giorni di attacchi ininterrotti il numero dunque degli ordini arrivati su questo pezzo di terra è enorme, una cifra spaventosa. Così che a guerra (forse) finita, si continua a morire.

Tiro (Libano) - L’ultima volta ci eravamo visti a ferragosto. Chi dimentica quel pranzo con il pollo fritto ai bordi della piscina del Palestine? Una delle poche volte in cui quel gruppetto di italiani mezzi matti a Baghdad erano riusciti a stare insieme. Poi non ci siamo più visti, non per colpa nostra. La morte di Enzo e poi il loro rapimento. Ritrovo dunque Simona Pari in Libano e in qualche maniera sento di esaudire una promessa. Avevamo appuntamento una settimana dopo per fare un servizio sulla chiusura delle scuole e celebrare il grande lavoro di “Un ponte per” a favore dei ragazzi irakeni. La ritrovo quasi esattamente due anni dopo in un’altra scuola, a Tiro, a mandare avanti un grande progetto di Intersos per i bambini libanesi. Attività didattiche numerose, impegno nell’insegnare a difendersi dalle bombe a grappolo, ma soprattutto il grande merito di restituire il sorriso a questi innocenti. Avevamo paura, all’inizio, di parlare di noi. Poi è bastato un sorriso ricordando quel pollo fritto. Abbiamo cominciato con Enzo. Ne abbiamo parlato a lungo. Solo una cosa penso di poter dire. Quando Simona mi ha confessato di essersi emozionata leggendo i nostri blog in cui parlavamo soprattutto dei figli. “Era molto bello”. L’amore per i ragazzi che riaffiora, sempre. Abbiamo parlato anche del suo mese in catene, delle paure e della speranza, della forza e della fragilità, del passato e del futuro, dell’Iraq e del Darfur  ma sono discorsi che appartengono al privato. Voglio solo testimoniare, qui, di una giovane donna che ha scelto una vita difficile ma esaltante. Aiutare gli altri. E’ scappata da quei riflettori che, a dispetto della sua volontà, l’avevano catturata  e che continua a girare il mondo, in silenzio.

Beirut - Per tornare da Tiro nella capitale (domani sono impegnato qui) ho dovuto sopportare i disagi di settantasei ponti distrutti in maniera scientifica che hanno sconvolto le comunicazioni. E poi, arrivato a Beirut, ecco lo spettacolo che ho trovato a Bours al Barajneh, il quartiere sud popolato dagli hezbollah. Un conto è parlarne a tavolino, un altro è vedere con i propri occhi interi palazzi abitati da civili rasi al suolo. Tutto in poco più di un mese. Non spetta a noi giudicare torti e ragioni, ma questi sono fatti. Gli hezbollah lanciano missili (inutile tornare a discutere su chi ha cominciato) ma qui ci sono stati tanti morti, troppi. A noi interessa fortemente soltanto che una guerra così sanguinosa non ricominci. Mai.

Uccisa una suora in Somalia

17 settembre 2006. Hanno ucciso una delle poche persone che sta aiutando la gente di Mogadiscio. Una donna che aveva sacrificato la sua vita per assistere gli altri. Suor Leonella, una delle quattro religiose dell’ordine della Consolata che lavorano a Mogadiscio nella struttura di Sos Children, è stata uccisa questa mattina in un agguato a Mogadiscio mentre attraversava la strada che separa l’ospedale dal villaggio dove studiano e abitano i 400 orfani che sono ospitati dall’organizzazione non governativa austriaca. L’ospedale è separato dal villaggio da una strada larga una quindicina di metri. Suor Leonella è uscita dal cancello e avrebbe dovuto entrare in quello di fronte quando gli si sono parati davanti due miliziani che hanno cominciato a sparare all’impazzata. Sulla suora si è gettato nel tentativo di fargli da scudo la sua guardia del corpo ucciso sul colpo. Suor Leonella, ancora in vita, è stata portata nel ospedale dove tante volte era stata a consolare le sue pazienti e immediatamente operata. Non c’è stato niente da fare. Immediatamente è scattata la caccia ai due assassini, scappati su un’auto bianca dove li attendevano due complici. Il primo si era rifugiato in una casa e il secondo in un bar. I miliziani delle corti islamiche li hanno catturati. E’ stata la popolazione a favorire l’arresto.

Mogadiscio (Somalia), dicembre 2003. Suor Marzia sta in Somalia da trentasei anni. E’ sarda, di Oristano. Con lei ci sono altre cinque suore italiane. Lavorano all’ “Sos Children Village”, un progetto umanitario austriaco. Per arrivarci bisogna attraversare il quartiere piu’ duro, pericoloso di una Mogadiscio pericolosissima: Wahar-Adde, zona nota per i sequestri, fino a un paio di mesi fa inaccessibile. Per fortuna la nostra forza militare incute rispetto e ci lasciano passare anche se a ogni angolo c’e’ tensione con sbandieramento nervoso di armi. Molto affollato e’ il reparto di ginecologia dell’ospedale. Le partorienti arrivano troppo tardi e sono necessari almeno sei parti cesarei al giorno, ma la meta’ vanno male. Troviamo suor Marzia che medica un bambino ustionato. Intorno a lei altre infermiere curano altri bambini. C’e’ la fila fuori la porta. Ne arrivano almeno dieci al giorno. Succede che le mamme lasciano i bambini vicini al fuoco: bruciarsi e’ fin troppo facile. Chiedo a suor Marzia di parlarmi qualche minuto. Ha un sorriso dolcissimo ma e’ decisa: “Ogni minuto che passo con te non lo dedico ai bambini. E loro hanno piu’ bisogno”.

A Lampedusa con i disperati


20 agosto 2006
– Lampedusa – Oggi, non lo dimentico, è il giorno del rapimento di Enzo Baldoni. Ma il mio mestiere, e il mio destino, non mi permettono mai di soffermarmi sul passato. Anche se tragico, anche se importante, professionalmente e personalmente. Sono partito di corsa: Roma-Palermo in aereo, scarpinata fino a Porto Empedocle e poi nottata devastante sulla nave per raggiungere quella che qui chiamano l’isola più bella del mondo. Certamente qui si realizzano, ma molto più spesso s’infrangono, le speranze di tanti disperati.Il collegamento è estremamente precario, non ho la possibilità di approfondire le notizie che peraltro ho dato al tg. Ma in due giorni sono già morti settanta ragazzi, alcuni anzi erano bambini o giovanissime mamme. Oggi pomeriggio ho accolto un gruppo di eritrei scappati su un barcone. “Abbiamo realizzato il nostro sogno”, mi hanno detto. Quando la leghista di Lampedusa mi si è avvicinata per continuare con le solite parole nefande sulle cannonate me ne sono andato per non essere costretto ad essere scortese, molto scortese.

Lampedusa – Contrariamente alle previsioni, il mare forza 5 non ha fermato i flussi migratori. Proprio adesso arriva notizia di un altro barcone, con 22 persone a bordo, individuato al largo di Lampedusa. La disperazione non si ferma. Speriamo che ce la facciano, come queste due giovanissime, tenere ragazze eritree sbarcate l’altro giorno. “Il nostro sogno si è avverato” mi hanno detto con un sorriso. Non dimentichiamo queste parole, come l’applauso spontaneo, liberatorio dei duecento maghrebini appena salvati ieri sera.

 Lampedusa – Sembra un abbandono, ma è soltanto isolamento. Da un’ora e mezza cerco di scrivere queste poche righe con il rimpianto di non potervi farvi vedere immagini emozionanti che ho colto stasera. Poveri ragazzi di colore con gli occhi spenti presi proprio mentre approdavano al porto della speranza. Le comunicazioni qui sono impossibili, non si riesce quasi a telefonare e potete immaginarvi dunque le difficoltà di un collegamento. L’isola è rimasta selvaggia solo a livello di servizi, mentre è soffocata da nugoli di turisti stretti dentro poche spiagge, piccole baie dove i bagnanti convivono con le petroliere e dove, soprattutto, gli operatori turistici lamentano calo di presenze per colpa dei clandestini mentre non c’è un posto libero neppure a pagarlo oro (e non è un modo di dire). Dicono che questi poveri disgraziati rovinino l’ìimmagine dell’isola e invece ne sono diventati paradossalmente quasi un’attrazione tanto che c’è la folla a vedere questi disperati che hanno sfiorato la morte e chiedono solo di vivere. Com’è diventato strano e non più abitabile questo mondo dove siamo tutti sempre più, profondamente egoisti.

Lampedusa – Un gruppo di turisti aspetta sul molo, come ogni sera, l’arrivo dei disperati, insomma dei clandestini.  Ieri non sono arrivati, peccato.

Lampedusa – Scrivo con il timore che il collegamento si interrompa all’improvviso e il post resti a metà. L’isola è bella, ma certamente bisogna venirci solo per turismo. Lavorare è un disastro. Soprattutto è complicato andarsene. I vacanzieri hanno prenotato a primavera e ora che ho terminato il mio compito non riesco a ripartire. Voli pieni fino a metà settembre, aliscafo bloccato dal mare, bisogna inventarsi qualcosa. Lo so, direte che è una fortuna essere “segregati” qui. Ma il problema è che non mi sentirò mai un turista. E se mi fingessi clandestino?

 Palermo – Poco più di un’ora in volo da Lampedusa ed eccomi in Sicilia. Come, perchè, con chi resta un mistero. Forse, davvero, mi hanno creduto un clandestino. Una serata a Palermo, magica capitale mediterranea e la consapevolezza di essere a un passo da casa dopo aver temuto l’esilio sull’isola delle tartarughe. Però, un pò già mi manca. Succede sempre quando lascio un posto forte, specie se è bello.