Alessandria d’Egitto

deserto africano 014

Sono passato per Alessandria d’Egitto per andare in Libia. La “primavera araba” era appena esplosa e già si gridava alla ritrovata…democrazia. Avevo una strana sensazione, dormendo una notte là. Spari e carri armati dappertutto. Le immagini riprese di nascosto perchè erano vietate. L’albergo era blindato. Per la mia generazione è sempre stato difficile coniugare regime militare con libertà. Da tempo siamo usciti dall’equivoco. In Egitto si continua a combattere duramente e proprio ad Alessandria sono bloccati cinque pacifisti italiani. La strada è ancora molto lunga.

I gabbiani a Mogadiscio

Mi è capitato (cioè ho scelto) di frequentare posti molto difficili. Ma solo a Mogadiscio mi sono pentito trenta secondi dopo essere atterrato. Era la fine del 2003. Ricordo che Mohammud, il leader di quelli che chiamavo i miei “diavoli custodi”, quando mi riportava la sera in albergo mi consigliava, quasi mi obbligava, a non affacciarmi anche se sotto la finestra lasciava la scorta. Oggi in quell’albergo è entrato un commando di miliziani Shabaab e hanno fatto una strage: trenta morti, forse sessanta, fra cui sei parlamentari e molti funzionari del governo transitorio. Dopo la devastante guerra civile del 1991 si era riaccesa un pò di speranza alla fine dell’anno scorso, ma i ribelli hanno il controllo ancora di gran parte del Paese. Ci sono guerre che non finiscono mai. Anche per colpa nostra, visto che i sauditi hanno completamente islamizzato la Somalia, lasciata libera dagli occidentali senza interessi. Vi confesso che non sempre ho dato retta a Mohammud e spesso mi sono affacciato, prima del calar del sole, da quella finestra dell’albergo. Il motivo c’era: passavano i gabbiani. E non potevo lasciarli andare senza un saluto. Somalia mia

Preso anche l’erede di Provenzano

5 novembre 2007.  I boss latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo sono stati arrestati a Carini. Insieme ai boss Sandro e Salvatore Lo Piccolo sono stati arrestati dalla squadra mobile di Palermo, anche altri due latitanti, Andrea Adamo e Gaspare Pulizzi. Il primo è reggente di Brancaccio il secondo di Carini. Tutti inseriti fra i trenta maggiori ricercati d’Italia. I quattro sono stati arrestati in una casa di campagna a Giardinello, vicino a Carini. Erano impegnati in una riunione fra boss. Di Salvatore Lo Piccolo si era parlato come del possibile erede di Bernardo Provenzano.

Palermo – Una villetta a due piani, tutta in cemento, sotto Montelepre, terra di Salvatore Giuliano. Ecco il covo scelto dai nuovi padroni della mafia, in aperta campagna fra gli uliveti, senza steccionata, nessuna protezione. Da due settimane la polizia lo teneva sotto controllo perché le indagini avevano accertato che qui si svolgevano le riunioni importanti, quelle operative, ce n’era stata una anche dieci giorni fa ma non c’erano state le condizioni giuste per intervenire. Stamattina invece sì. Alle 9,20 ormai dentro c’erano tutti. I Lo Piccolo e anche gli altri due boss, Andrea Adamo e Gaspare Pulizzi. Da Palermo arrivano quaranta poliziotti della sezione catturandi. Alle 9,40 scatta il blitz. I latitanti si rifugiano dentro questo garage. Si chiudono dentro, ma la polizia comincia a sparare, molti colpi: in aria, contro il garage, contro la casa. I boss capiscono che non hanno scampo anche perche non hanno vie d’uscita. Eccoli, catturati, che escono dentro le auto della polizia. Prima di essere preso, Sandro Lo Piccolo urla “papà ti amo”, lo urla forte, piu volte, per farlo sentire a tutti. Salvatore, il barone, si limita a dire: “Sì, sono Lo Piccolo”. Dai signori di Carini e Brancaccio neppure una parola. Finiscono in manette, per favoreggiamento, anche i due fratelli proprietari della villetta. I boss da Giardinello sono portati in elicottero all’aeroporto militare di Bocca di Falco e nella villetta arriva la scientifica per quello che si prospetta un lavoro molto interessante. Sequestrate numerose armi (otto pistole soltanto in un borsone) e munizioni, ma soprattutto documenti. Agende, bloc notes e anche pizzini, un bel mazzetto di pizzini che Salvatore Lo Piccolo ha tentato di gettare nel bagno ma che gli investigatori hanno recuperato. Lì dentro, forse, ci sono tutti i malaffari di Palermo. Quelli fatti, ma soprattutto quelli ancora da fare. E il blitz di oggi potrebbe essere solo il preludio di una grande bonifica.

Ha l’atteggiamento del padrino, le occhiate, i silenzi ma Salvatore Lo Piccolo probabilmente non ha fatto in tempo ad arrivare ai vertici della cupola perché la cupola non esiste piu. Lo dicono gli esperti: adesso la mafia non è piu un’organizzazione verticale ma piuttosto orizzontale con tanti boss che gestiscono un potere locale. Solo a Palermo otto mandamenti comandati da ventisette famiglie. In realtà Lo Piccolo, cresciuto prima alla corte di Totò Riina e poi di Bernardo Provenzano, ha cercato di prenderne il posto ma non ha avuto né il carisma né la forza per arrivare in testa contrastato dagli altri pretendenti, i corleonesi, e quel Matteo Messina Denaro che da Trapani persegue lo stesso obiettivo. L’arresto di Lo Piccolo è determinante perché stava forse per riuscirci, riallacciando i rapporti con Cosa Nostra americana, unica via per riportare la mafia siciliana ai vertici criminali internazionali. La grande operazione di polizia ha bloccato questo progetto scellerato e la mafia oggi rimane quella dei trentenni, rappresentati dall’arroganza di Sandro Lo Piccolo, il figlio, soldi facili con il pizzo, un’impresa ancora drammaticamente florida perché punta sul terrore. Ma che è destinata a essere sconfitta dalla rivolta delle vittime.

Almeno trenta fiancheggiatori stretti e minimo tre covi. La latitanza di Salvatore Lo Piccolo era protetta in maniera seria e il lavoro degli investigatori è stato lungo e difficile. Ma aperto il varco ora si sta smantellando tutta la rete del barone. Intanto stamattina è stata scoperta un’altra base temporanea del boss, ad appena trecento metri dalla villetta di Giardinello. I capimafia ci hanno trascorso le ultime notti prima del vertice. Queste immagini sono state girate pochi minuti prima del blitz. I latitanti stanno ancora chiusi nel garage dove hanno tentato di sbarazzarsi della montagna di documenti che aprono la strada a sviluppi importanti. Pizzini ma non solo dov’è ricostruito tutto il malaffare palermitano, un autentico libro mastro dei taglieggiamenti ma anche la lista delle tangenti negli appalti pubblici. A differenza di Provenzano, non ci sono codici ma nomi e cognomi. E fra questi gente insospettabile, incensurata. C’è tutto, anche truffe sulla vendita di cavalli e addirittura una lettera d’amore piena di cuoricini al barone, amante del lusso e dei silenzi: da quando è stato arrestato non ha ancora detto una parola. Uomo di vecchio stampo, tutt’altra pasta del figlio che invece manda ironici baci fuori della questura a chi gli urla contro ed è ancora così arrogante da lanciare sguardi intensi di sfida. Forse in queste differenza c’è tutto il passaggio tra la vecchia e la nuova mafia.

Palermo – Mi piace rifarmi vivo con un’immagine della Vucciria, anima popolare di questa grande capitale mediterranea. Da due giorni sto a Palermo per testimoniare di un evento importante, che cioè la mafia si può battere. Per capirlo basta venire in quest’angolo, immancabile appuntamento delle mie passeggiate serali, poichè è dentro questi vicoli che puoi capire se c’è stato un cambiiamento. Il discorso è lungo e lo riprenderemo, ma per dare un’idea chiarisco che il cambiamento non è solo “militare”, nel senso che la polizia continua ad ottenere successi importanti, ma è soprattutto culturale, sta dentro i siciliani che adesso non hanno più paura perchè i risultati dimostrano che lo Stato se vuole può essere più forte. La mafia in Sicilia è la più antica e dunque è logico che è pure la prima a perdere. Un esempio che potrebbe essere decisivo per altre regioni ancora ingabbiate. Non ho molto tempo, impegnato per il tg, da dedicare alla tribù e mi sono limitato a riportare i testi dei servizi ma credo che comunque qualcosa si capisca. E ho anche voluto lasciare il post qui, per lasciare la prima pagina a Biagi, l’ultimo maestro e il nonno di tutti noi cronisti. E’ il minimo che gli dobbiamo per gli insegnamenti. E per l’esempio. Anche per chi fa il mio mestiere, sempre più difficile, la libertà è a portata di mano. Basta volerla acciuffare. Sicuramente più scomodo, ma esaltante.

Quella casa in Transilvania

Bucarest (Romania). Stasera, tornando in albergo dopo cena, si sono avvicinate due ragazzine. Due rom pronte a infilare le mani nelle tasche in cerca del portafogli. Una aveva la stessa faccia (che ho visto nelle foto segnaletiche) e probabilmente la stessa età di Luminita Dan. Tutti la chiamavano Luminic o la zingara, aveva diciassette anni, un marito violento e sfruttatore (Ramon) e una bimba di appena sette mesi, Alexandra. E’ stata ritrovata morta strangolata, nuda, dentro un sacco dell’immondizia, una vita così breve e già da buttare. Il suo compito era finito: un festino dalle parti di Lecco, lei e l’amica Adriana, un’altra rumena, per italiani sporchi e ricchi che volevano solo passare una serata “divertente”, comprando quello che non avrebbero mai potuto ottenere. Storie come queste ne ho trovate tante quando sono andato l’anno scorso a Timisoara, ragazzine vendute troppe volte, una mercificazione scellerata frutto della miseria assoluta. In genere quando non servono più restano solo un numero statistico. “Lumi” però è stata riconosciuta dalla madre, in televisione, e adesso quella povera donna sa che fine ha fatto la figlia. Domattina prenderò un altro aereo e poi mi farò molti chilometri in auto per andare a trovare quella donna. Non sarà facile entrare nel campo rom, ma ci proverò perchè voglio guardare anche l’altra faccia, quella del dolore.  6 settembre 2007

Sto guardando la televisione qui a Bucarest e tutti i canali del mondo stanno dedicando ampio spazio a Pavarotti. Molte sono collegate in diretta con Modena. Ecco un uomo che ha fatto veramente il bene dell’Italia. Con la sola voce è riuscito a cancellare tante voci.

 Medias (Romania). Luminic abitava qui, a Lunci, ai margini di Medias, una delle cittadine più gradevoli ma inquiete della Transilvana. La sua casa era a pianoterra di uno dei tanti palazzoni dove il comune ha relegato la comunità rom. La porta è sbarrata da un lucchetto, la madre dopo aver riconosciuto al Tg1 la figlia uccisa a Lecco, è corsa in Italia. “E’ partita ieri con un pulmino, vuole riavere a tutti i costi il corpo di Luminic”, ci dice la gente del quartiere. Poi ci parlano di lei, di questa povera ragazza dalla vita difficile e troppo breve. “Luminic? Bellissima, brava, sorrideva sempre” raccontano i suoi amici. Vivere qui non è facile, si vive di elemosina. Il padre era morto molti anni fa e Luminic mandava piu della metà del suo guadagno a casa, ma nessuno della famiglia sapeva che lavoro facesse. Ce lo conferma la sorella, Alexandra. Ed è una sorpresa intanto scoprire che le sorelle erano tre. L’altra sorpresa è che Luminic non aveva figli. “Quella vedete è Alexandra, si chiama come me. Hanno detto in Italia che era la figlia di Luminic perche aveva tatuato il suo nome sul braccio, ma è la nipote, è mia figlia”. Mamma è andata a riprendersi il corpo. “Sì, conferma Alexandra, non ci diamo pace. Vogliamo che gli assassini paghino per quello che hanno fatto. Luminic era una brava ragazza, la più brava di tutti noi, andava a scuola, voleva metter su famiglia. E’ stato Ramon, il marito, la sua rovina. L’ha illusa di trovare una fortuna in Italia e invece guardate che fine ha fatto, è sempre stato un mascalzone Ramon. Lei non ci diceva che lavoro faceva ma mandava i soldi, sembrava felice, povera piccola. Sì, voglio che tutti quelli che le hanno fatto del male paghino”.
Sighisoara (Romania). Oggi sono stato a trovare quel farabutto del conte Dracula. La cittadina dov’è nato e cresciuto è ad appena quaranta chilometri da Medias e l’occasione mi sembrava ghiotta. Intendiamoci, la figura del cosiddetto Dracula resta frutto soprattutto della fantasia, ma respirare un po’ il sapore più inquietante di questo strano, magico posto che è la Transilvania  è stato comunque interessante. Sulle presunte gesta di Vlad Tepes terzo, figlio di Vlad Drakul, principe della Valacchia, ne sono state dette tante. Sicuramente crudelissimo, era detto l’impalatore perché aveva il vizietto, appunto, di impalare schiere di uomini e (da qui la leggenda del vampiro) di dissetarsi del loro sangue durante cene pantagrueliche. La leggenda di Nosferatu (non morto) è nata dopo, quando riaperta la tomba invece di trovare il suo corpo decapitato hanno trovato lo scheletro di un cavallo. Il conte Vlad è nato a un passo dalla torre dell’orologio nel 1431 e almeno i primi quattro anni della sua vita li ha passati in questo borgo rimasto intatto. La cittadella è diventata naturalmente una grande attrazione turistica e, anche se non fosse vera la leggenda di Dracula, merita comunque di farci un salto perché il borgo medioevale è incredibilmente rimasto intatto. Se non fosse per la marea di souvenir rigorosamente e ovviamente falsi sembrerebbe di tornare indietro nel tempo di secoli. Ma è quasi un gioco: talmente ironico che oggi che piove hanno protetto la statua di Dracula con un ombrello. Se si bagna qui è una rovina per tutti. Una cosa è certa: di brividi neanche l’ombra. Peccato.
Medias (Romania).  “E’ partita con un’amica”.Attila era compagno di scuola di Luminic: E’ stato per un anno in Italia anche lui a cercare fortuna. Dice che ha fatto il benzinaio, insomma era uno di quei ragazzi che aiutano al self-service in cambio di una piccola mancia. Racconta di Luminic e svela forse anche l’identità della seconda prostituta trovata uccisa a Lecco. Ha difficoltà a parlare ma poi ci confida che sa che la ragazza che è partita insieme alla sua amica si chiamava Adriana. “Tante ragazze di qui vanno a fare le prostitute”. Così insieme ad Augusto, un altro ragazzo che da Medias è partito per l’Italia (lui rimediava spicci ai parcheggi) riusciamo a ricostruire i contorni di una vicenda dolorosa e oscura. La molla è sempre la miseria. Augusto ci fa entrare in quella che chiamano casa. Sette fratelli, madre, zia e un cugino: tutti in due stanze.  Qui si muore di fame, ci spiegano, e allora tante ragazze si vendono per sopravvivere, lo sanno tutti. Però Luminic è stata una sorpresa, pensavano che avesse trovato un lavoro serio. E’ finita invece a diciassette anni dentro un sacco dell’immondizia. Lasciando anche una bambina, perché la verità è che Alexandra (sette mesi) è sua figlia, nonostante la bugia amorevole della sorella.
Dal primo gennaio, come si sa, la Romania è entrata nell’unione europea anche se in sostanza è ancora alla finestra: l’avvio vero avverrà non prima del 2010 quando l’euro sostituirà il “lei”, la poverissima moneta locale. E come al solito adesso c’è la corsa all'”affare”, in primo piano anche qui gli italiani. Comprano, comprano tutto a basso costo in attesa di vendere moltiplicato. Così, c’è un tale movimento fra Italia e Romania che i viaggi sono affollatissimi, quasi impossibili anche perchè dall’altra parte ci sono i rumeni che, non più extracomunitari,  fanno la fila per entrare nel nostro Paese. Mi hanno raccontato che i famosi pullmini che fanno la spola con i più poveri sono pieni per una settimana. Pieni anche i treni. Ma anche gli aerei. Per tornare ieri a casa ci ho messo un giorno intero. Ero arrivato a Medias con un piccolo aereo, ma al ritorno non c’era posto: strapieni tutti i voli. Così ho tentato a Targu Mures all’alba: ottanta chilometri, per arrivare a prendere un “low cost” che non ispirava fiducia ma aveva il pregio del volo diretto con Roma, ma niente non sono riuscito a prenderlo. Allora ho riprovato a Sibiu, dov’eravamo atterrati all’andata, manco a parlarne, volo in “overbooking”, insomma neanche in lista d’attesa. Cosa abbiamo fatto allora? In auto fino a Bucarest (altri 350 chilometri, per un totale nella giornata di 600 chilometri su strade che non vi dico). Finalmente l’Alitalia ci ha accolto. Ma è stata dura. Poi mi parlano dei viaggi.

Bush visto da lontano

Tra le foto che ho scattato ieri durante il corteo “no war” ho ritrovato questa: sembra un monumento alla pace. Un vecchio nostalgico, faccia alla Tolstoi, senza una parola si è messo davanti alla polizia con la sua smisurata bandiera rossa. Una protesta in qualche maniera romantica ma così forte. Gli è bastata quella contrapposizione silenziosa per “urlare” tutto il suo dissenso alla politica di Bush. Se tutti i “no global” fossero così il mondo sicuramente sarebbe migliore. Senza quei quattro forsennati che chiedono la pace ostentando violenza. Io sto con questo vecchio che ha strappato il rispetto di tutti. 11 giugno 2007

I romani, diciamo la verità, non hanno una bella fama. Danno l’idea di essere sbruffoni, altezzosi: la realtà è che ne hanno viste di tutti i colori e per emozionarli ci vuole. Per esempio, Bush. Non è la prima volta che viene a Roma e ormai l’arrivo è soltanto un grande fastidio con la città sconvolta dal traffico, non bastassero ambasciate, vaticano, parlamentari, portaborse, spie e divi. Menomale che gli hanno consigliato di evitare Trastevere, altrimenti di sabato sera sarebbe stata la paralisi totale. La più bella battuta me l’ha regalata un americano. Ha visto tutto quel trambusto in via Cavour e mi ha chiesto: “Ma che succede?”. E io: ma lei è americano? “Sì”. Beh, c’è un certo Bush, gli ho risposto. Fra i tanti cartelli variopinti e variegati, diciamo seri fra l’ironia e la rabbia, mi ha colpito uno, semplicemente geniale che li rappresentava tutti: “Che palle! Nonostante Roma blindata, Bush è riuscito a entrare lo stesso”. E per firma un invito che solo uno spirito romano poteva produrre: “E mò vedi de annattene”. Superato il sorriso, ho pensato a quanto fosse (drammaticamente) simile a quello spray in Piazza della Libertà, a Baghdad, subito dopo aver buttato giù la statua di Saddam: “Usa go home”. Insomma, grazie ma è ora che tornate a casa.
L’ho seguito tutto, fino alla fine, quel corteo no war. C’era di tutto. C’erano i centurioni, per far capire che insomma l’impero romano è un po’ più antico… E c’era anche Superman, sì un giovanottone vestito proprio come il supereroe dei fumetti, un po’ paradossale in un corteo contro Bush. Ma in fondo si è trattato, come al solito, di una grande festa solo con qualche sprazzo un po’ più lugubre, bandiere e cori tristi. Fino a piazza Navona. Lì si è scatenato l’inferno, senza preavviso. Stavo proprio in mezzo quando quei ragazzotti vestiti di nero si sono messi i caschi in testa, i fazzoletti sulla faccia e hanno aperto gli zainetti. In pochi minuti è volato di tutto: dalle lattine alle pietre. E poi bastoni. I carabinieri hanno risposto con i lacrimogeni. Ci sono stati attimi di panico perché i veri manifestanti, i pacifisti, si sono spaventati e hanno cominciato a fuggire rischiando di travolgere tutti. Alcuni si sono anche messi in mezzo, fra duri e polizia, cercando di evitare incidenti. Il momento più vergognoso è arrivato quando è stata insultata e cacciata via anche la madre di Carlo Giuliani, ucciso a Genova dalla follia della contestazione e dalla paura di un carabiniere di leva. Lei cercava di calmarli e loro: “Vattene, stiamo vendicando tuo figlio”. Inutile ripetere che lei non voleva vendetta ma solo pace e un mondo più giusto.
Dove siamo arrivati. Con Prodi che è più aperto con gli americani di Berlusconi, con rappresentanti del governo che vanno in piazza a contestare il governo, con i servizi segreti che si fanno arrestare, con i politici che si fanno intercettare, con le madri che uccidono i figli, con i figli che uccidono i genitori, con i bambini violati e venduti, con i mariti che massacrano le mogli incinte, con i padani che vogliono prendere a cannonate gli immigrati e poi invece li prendono a due lire per mandare avanti le fabbrichette, con Malta che li scarica in mare, con tutte le guerre in corso, con tutti questi morti.
Non ho visto Bush stavolta, ma lo avevo visto a due passi l’altra volta, alle Fosse Ardeatine. Gli ho guardato a lungo gli occhi, allora. Era così vicino a me che avrei potuto chiedergli perché. Lui è uno che comanda il mondo, sicuramente saprà perché. Il perché dei morti, delle stragi, del pianeta che stiamo distruggendo, della fine vicina. Saprà anche perché ci deve comandare una lobby, saprà la verità sull’11 settembre e saprà – sono sicuro – anche perché c’è tanto odio. Glielo stavo per chiedere quando Berlusconi, che stava accanto a lui, mi ha fulminato con gli occhi. Ieri vicino a Bush c’era Prodi, ero lontano ma se fossi stato vicino sono sicuro che mi avrebbe ugualmente fermato. Non si trattano così gli ospiti. Riflessione finale: ma noi non contiamo proprio niente? Tiscali

La casa dell’orrore

Perugia Per tre giorni e (quasi) tre notti sono stato davanti questa casa a capire perchè. Mi succede quando l’orrore è troppo grande: mi era già successo a Novi Ligure. Ero appena arrivato che già la verità, terribile, si era affacciata. Adesso sappiamo che le ipotesi peggiori erano tutte vere. Un bastardo di uomo ha ucciso a botte la moglie gonfia della terza maternità ormai imminente. L’ha massacrata uccidendo anche Viola, la figlia che non è riuscita a nascere, e rovinando per sempre la vita degli altri due ragazzini che hanno avuto la sfortuna di essere generati da un padre così. E’ sempre stato un violento, in zona lo sapevano tutti. Lei era stata anche a denunciarlo, così come aveva confidato alle amiche brutti presentimenti. Un bastardo coperto dal clan: questa casa dentro il borgo di una famiglia pronta ad aiutarlo, pronta a coprire le malefatte e a simulare una rapina, a invocare subito le ronde contro gli altri, quelli venuti da fuori, e a insultare i giornalisti che invece – come i magistrati – avevano capito tutto. Quell’ex camionista così capace di menare le mani con una donna fragile, fra le azioni spregevoli che ha compiuto in questi giorni ha avuto anche l’ardire di andare davanti alla bara della moglie un’ora prima di essere arrestato e due ore prima dei funerali. E il clan dietro la bara, come se non fossero tutti colpevoli. Spero che mettano in galera adesso anche chi l’ha aiutato. Perchè la madre di Barbara, una donna così straordinariamente dignitosa nel dolore, lo merita. Non la pena di morte, come ha invocato la gente di Marsciano stordita dalla rabbia, ma giustizia sì. Quel delinquente deve pagare, fino in fondo.  29 maggio 2007

Perugia – Roberto Spaccino è in isolamento in una cella del carcere di Capanne, fuori Perugia. Non può vedere né parlare con nessuno, neppure con i suoi legali, prima dell’interrogatorio di garanzia. Potrebbero passare giorni poiché l’impressione generale è che gli inquirenti stiano aspettando i risultati delle analisi di laboratorio, comprese le comparazioni del Dna, per trasformare i gravissimi indizi in prove certe. L’inchiesta sicuramente non è finita e c’è la conferma che almeno altre due persone sono state iscritte nel registro degli indagati. Non solo: si cercherebbe anche una donna. L’ipotesi di reato sarebbe il favoreggiamento, insomma chi ha aiutato Spaccino a mettere in scena quella che il pm definisce una “palese simulazione”. E il cerchio è ristretto naturalmente alla sua famiglia,  a questo clan chiuso e con regole proprie. Lo stesso Spaccino quando dice di aver scoperto il cadavere della moglie dichiara di aver chiamato i due fratelli, Francesco e Paolo (il gemello), le due cognate e il padre, Gerardo, il patriarca. E’ stata una delle cognate a chiamare i soccorsi.  Leggendo l’ordinanza, ventrirè pagine piene di dettagli su una vita matrimoniale densa di violenze e vessazioni, sgomenta anche la dinamica dell’omicidio. Barbara Cicioni era distesa sul letto dolorante alle gambe per un diabete gravidico. La scintilla dell’ennesima lite è scattata per la richiesta di lei di non andare a lavorare la mattina dopo in lavanderia. Allora lui – secondo l’accusa – l’ha cominciata a colpire con forza, usando anche un asciugamano bagnato per non lasciare tracce, fino a stringerle fatalmente il collo, nonostante il pancione, nonostante la vicinanza con la stanza dei bambini, anche loro maltrattati e umiliati per anni dal padre. Poi la messinscena del furto smentita subito dagli investigatori, le discordanze sull’ora della morte, una bugia addirittura sulla cena: ha detto di aver mangiato con la moglie e invece testimoni lo hanno visto al bar di Marsciano. Tante bugie, mai ritrattate perché continua a dichiararsi innocente, quell’ultimo saluto imbarazzante  alla moglie prima di essere arrestato tra le urla della folla inferocita, quella che era la sua gente, sbigottita da tanto orrore. E poi il dolore rabbioso ai funerali con i parenti di lei e di lui vicini ma distantissimi, senza neppure guardarsi in faccia. Come sempre, in tutti questi anni.

PerugiaFino all’ultimo, proprio nella  curva prima della chiesa, la stessa dove ieri sono stati celebrati i funerali, il padre ha chiesto a Barbara: “Sei proprio sicura di voler sposare uno Spaccino?”.  Gli Spaccino. Famiglia nota e rispettata in tutta la valle. Un impero agricolo che ha resistito anche al fascismo, l’unica famiglia contadina che non si è sgretolata come tutte negli anni cinquanta, duecento ettari di terreno,  dieci  nuclei in uno a formare  un piccolo borgo e regole antiche, ferree. Barbara Cicioni, in crisi da figlia di separati, era raggiante di entrare in un clan, così protettivo. E invece non sapeva ancora di infilarsi  nell’inferno. Il primo schiaffo l’ha preso quando erano ancora fidanzati perché si era fatta il buco all’orecchio. Otto anni fa , nel ’99. Dopo pochi mesi aveva dato al clan un altro maschio, Filippo, e pareva un titolo di merito perché nel clan contano soprattutto i maschi costretti a vivere nel borgo, mentre le figlie femmine possono anche emigrare. E quelle che restano non possono trasgredire. Nell’ordinanza, ricchissima di testimonianze, è raccontato tutto il dramma di questa donna che voleva solo essere felice e che ha sempre nascosto, per amore, le violenze fisiche e le umiliazioni subite dal marito e dalla sua famiglia. Una volta, era già nato il secondo figlio, Niccolò, Roberto la prese a schiaffi perché non trovava i calzini. Minacciò di ucciderla, come fece molte altre volte in questi anni.  La suocera, Rita, aveva il compito di controllo: entrava in casa e verificava se era tutto in ordine, altrimenti chiamava il figlio e giù botte, insieme a insulti e minacce. Anche il suocero, Gerardo, il patriarca, una volta l’aggredì con una roncola. Secondo l’accusa Roberto Spaccino maltrattava pesantemente anche i bambini che ora sono rimasti completamente soli. Ma c’era qualcosa di molto più grave che divideva Barbara dal marito. Lui ex camionista nella sostanza dipendeva ormai da lei, che era diventata proprietaria della lavanderia. Lei lavorava, nonostante il pancione, e lui (lo sanno tutti in paese) andava per night e videopoker, ma non bastava. Perché nelle regole del clan l’indipendenza economica di una donna era considerata un’offesa per il marito. E nel più tragico dei paradossi la scintilla che ha portato all’orrore è stata proprio la richiesta di Barbara di riposarsi un giorno, perché la gravidanza l’aveva proprio spossata. Non l’avesse mai chiesto. Pugni in faccia, un asciugamano bagnato contro la testa, le dita forti di lui che stringono il collo. La fine dell’inferno e l’ultima beffa: la simulazione palese di una rapina, tante incongruenze e un castello di bugie smontato in pochi giorni. E’ finita con l’arresto tra gli insulti di quella che era la sua gente ed ora quest’uomo che aveva definito belve gli assassini (inventati) della moglie incinta, è isolato in carcere, lontano da tutti, soprattutto dal clan.

Niccolò, otto anni, e Filippo, quattro anni: due giovanissime vite spezzate. La procura della Repubblica di Perugia ha chiesto di sentire i due figli di Barbara Cicioni e Roberto Spaccino. La notte dell’omicidio i bambini stavano dormendo in una camera accanto a quella nella quale e’ stata uccisa la donna. I familiari di Spaccino avevano riferito il giorno dopo ai giornalisti di averli portati via subito dopo che Roberto Spaccino aveva trovato la moglie morta rientrando a casa, senza che questi si accorgessero di quanto successo. Agli atti dell’inchiesta c’e’ anche un disegno fatto successivamente da uno dei figli che mostrerebbe la madre morta. Con la formula dell’incidente probatorio quanto riferito dai bambini assumerebbe valore di prova in un eventuale processo.

“Perché Pino Scaccia, uno dei più autorevoli e impegnati inviati di guerra, è costretto a fare corrispondenze di cronaca nera per il Tg1?” La meringa     Questo è il post che Annachiara sul suo simpatico blog ha dedicato molto generosamente al gabbiano. Ringrazio dell’attenzione, e della stima, ma è evidente che c’è un pò di confusione sul ruolo e sui compiti di un reporter. Il titolo addirittura grida “Tg1 vergogna” come se l’avermi affidato i reportage da Marsciano, per raccontare una storia importante e triste di questa nostra Italia, fosse considerata una punizione. Come se fosse un titolo di merito, addirittura una promozione, il mandarmi dove si rischia la vita. Personalmente ho sempre rifiutato l’etichetta di inviato di guerra perchè non esiste, è stata inventata dall’immaginario popolare. Allineandomi al grande Enzo Biagi, io mi sento solo, semplicemente un cronista. Che va dove lo porta la notizia. Se poi gli eventi negli ultimi anni sono stati spesso disgraziamente legati alle guerre è solo una rovina per l’umanità. Il mio mestiere è di raccontare e nella mia (purtroppo) lunga carriera ho seguito di tutto: dal terrorismo alla mafia, dai terremoti ai sequestri, dallo tsunami al g8, dai grandi misteri alle storie drammatiche. Possibile che per essere considerati bravi, bontà vostra, bisogna solo infilarsi in posti dove sfiori la morte? Ed ecco perchè si parla frequentemente male dei giornalisti, perchè neppure si sa che mestiere fanno. Vorrei chiarire che seguire vicende come quella di Marsciano è molto più difficile e impegnativo, credetemi, di una trasferta a New York per l’11 settembre. Parlare di storia è semplice, parlare delle persone è molto più complicato. E doloroso.

“Sono di Marsciano e in questi giorni ho vissuto da vicino le varie fasi di questa vicenda, anche per motivi legati alla mia attività; sono Addetto Stampa del Comune e ho iniziato da qualche anno questo “mestiere”, scrivendo in una testata on-line e facendo una trasmissione radiofonica (ho quasi paura a definirmi “giornalista”; la molteplicità di situazioni differenti che questo termine racchiude mi fa pensare che sia giusto non utilizzare per tutti la stessa parola…ma questo è solo un dettaglio ).Ovviamente, come addetto atampa non avevo e non ho nessun compito particolare da svolgere relativamente a questo fatto di cronaca e dovevo semmai, come poi ho fatto, riportare eventuali dichiarazioni, iniziative, prese di posizione dell’Amministrazione Comunale.Ho voluto però “vivere” da vicino questa vicenda e ho passato ore davanti all’abitazione degli Spaccino, davanti alla caserma di Marsciano, nella frazione di Morcella e in tanti altri posti dove poter “strappare” qualche informazione, qualche pensiero, qualche sensazione, qualche immagine.Alla gente che mi vedeva in tv, magari in qualche frammento di immagine di un tg, o che mi chiedeva che cosa stessi facendo rispondevo… “nulla, ero lì come c’erano tante altre persone…”; in realtà, forse, non era così, ma non volevo dire altro, non volevo dare l’impressione di “giocare a fare il giornalista”.Vengo al punto..Molti sono preoccupati del fatto che adesso Marsciano sarà “etichettata” con questo omicidio, che sarà conosciuta solo per questo.Al di là di questo, quello che mi chiedo è fino a che punto questa vicenda può essere legata anche ad una questione culturale, magari ad una fetta della nostra società o ad un modello di famiglia (quella contadina patriarcale)… anche se poi vicende simili succedono in tanti altri contesti.In questi giorni molte persone, a Marsciano, hanno detto di conoscere tante famiglie dove i mariti usano le mani per risolvere i litigi…Allora dobbiamo pensare che il mondo sia pieno di persone (in questo caso mariti…) che non sono diventati assassini solo perché si sono fermati un attimo prima…o sono stati un po’ più fortunati?E soprattutto, che cosa dobbiamo pensare di tutte quelle persone che “sapevano”…ma che parlano solo ora? Che avevano sottovalutato la gravità di quello che ora raccontano? O che non hanno potuto convincere chi subiva violenze a prendere qualche decisione che le avrebbe salvato la vita?”  Massimo Fraolo

Marsciano non pagherà prezzi in termine di immagine, il paese non c’entra niente con il delitto. Se ci si interroga su quella inaudita violenza è proprio perchè ci sentiamo tutti un pò colpevoli. E a rischio. Un terzo degli omicidi volontari in Italia avviene fra le mura domestiche. Certo queste sono lezioni sonore.

Elezioni, quasi un referendum

AlgeriBel compleanno, tutto di corsa. Non ne ricordo altri così. Meglio: è come se un altro anno non si fosse aggiunto, sicuramente io non me ne sono accorto (grazie comunque degli auguri). In giro tutto il giorno per i seggi deserti. Qui il governo proprio non può essere battuto, ma certo è che se queste elezioni algerine erano un referendum sul terrorismo, come è stato detto, i risultati sono tutt’altro che confortanti. I leader di al Qaeda al posto delle bombe avevano usato stavolta l’arma del boicottaggio e le prime cifre sono preoccupanti: appena il nove per cento di votanti nella capitale,  poco più del diciannove per cento in tutto il Paese. Un’astensione clamorosa, secondo i primi dati. Il fatto è che qui ai politici non crede più nessuno. A un territorio ricco di gas e di petrolio corrisponde una popolazione in maggioranza povera. E sullo sfondo l’incubo della guerra santa.  Peccato per un’Algeria così bella. E così vicina. 17 maggio 2007

Algeri. Dunque il presidente, insomma il governo, ha vinto: ma chi lo metteva in dubbio? Ma non é che i risultati siano stati confortanti. Intanto la coalizione ha perso quaranta seggi. Certo, non ci sono state bombe (solo merito di una sicurezza attenta), ma preoccupa la scorsa affluenza alle urne, come avevano invocato i leader di al Qaeda. Sono mancati soprattutto i giovani ed è il dato su cui riflettere. Ma dal ministero dell’Interno hanno subito precisato che non si tratta di un voto a favore del terrorismo, ma il segno di un grave malessere sociale. Come se i due fenomeni non fossero, anche qui, strettamente legati.

AlgeriGli angeli custodi  sono sempre tre. Ma cambiano ogni giorno, perché non vogliono che si fraternizzi troppo. Sono asfissianti, ti stanno sempre appicicati. Dalla mattina quando esci dall’albergo fino alla sera quando rientri. “Per la vostra sicurezza” dicono, ma naturalmente è perché vogliono sapere tutto di noi, finchè stiamo in Algeria, anche che aria respiriamo. Finito il lavoro per elezioni, oggi ci siamo presi una giornata quasi da turisti. Al mattino al mare, là proprio dove entrarono i francesi. Sotto la casa che era di Boumedienne, dove ha dormito pure Fidel Castro, hanno costruito un affare che sembra proprio il ponte dei sospiri. Pranzo con couscous di pesce, poi ci siamo infilati nella casbah che resta sempre un momento mozzafiato: sembra di stare al centro del casino del mondo. Poi dall’alto abbiamo dominato la bianchissima Algeri. Alla sera, ristorantino di carne alla brace sotto quella montagna che mette così paura perché lì ci sono quelli che non vogliono il governo, cioè i terroristi. Tra un giro e l’altro abbiamo chiacchierato con gli angeli custodi. Non amano gli sciiti irakeni e gli hezbollah, non amano gli americani e neppure i francesi. Amano spagnoli e italiani, così simili a loro. “E poi voi avete la mafia e pure noi” hanno riso. Guadagnano duecento euro al mese e già stanno bene perché lavorano. Libertà? Strana parola. Libertà per loro è mangiare e dormire, insomma vivere. Così anche questa settimana algerina è finita e torno a casa un po’ più ricco e un po’ più vecchio, almeno di un anno. E con due amici in più: Kasim, simpaticissimo e affamatissimo chauffeur, e Ahmed che dice di parlare italiano ma lo parla come io parlo il giapponese. Ma ha quattro figli ed è una brava persona. Così tagliato fuori dai collegamenti, per sette giorni mi sono sentito estromesso dalla realtà. E onestamente  ci voleva, ogni tanto ci vuole.

Dici: che bello viaggiare. Mica sempre. Prendi per esempio un volo di ritorno da Algeri a Roma. Stai alla mattina, comodo, all’aeroporto, pregusti già un pezzo di Italia volando con la compagnia di bandiera, volo diretto e pranzetto finalmente con i sapori di casa. Ma le signorine hostess sono agitate a Fiumicino, mica sciopero, quello è un diritto sacrosanto, ma agitazione così un sacco di voli sono cancellati. Compreso il nostro. Ad Algeri mica è facile cambiare programma con gli angeli custodi già convinti di essersi sbarazzati di quei giornalisti impiccioni e invece ancora non in condizioni di mollarli, perchè mica partono. Per fortuna c’è un altro aereo per Milano. Per farla breve invece del pranzo saltiamo anche la cena perchè siamo arrivati adesso. Ma già aver superato l’incubo dei bagagli “smarriti” a Malpensa è un grande risultato. Insieme a un’altra soddisfazione. Aver condiviso i disagi con altri tre colleghi italiani, compresa Giuliana Sgrena con cui si è parlato di tutto meno che di Iraq. E di sequestri. Questione di rispetto.